Perché Terminator 2 è il sequel perfetto

Ci sono sequel che provano semplicemente a ripetere la formula dell’originale e altri che riescono nell’impresa molto più difficile: superarlo. Terminator 2: Il giorno del giudizio appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Anzi, per molti è il sequel per eccellenza, uno di quei rarissimi casi in cui il secondo capitolo non si limita a raccogliere l’eredità del primo, ma la trasforma in qualcosa di ancora più grande.

Quando Terminator arriva al cinema nel 1984, James Cameron è ancora lontano dal diventare il regista dei kolossal da record. Alle spalle ha soltanto Piraña paura, ma con il suo film di fantascienza costruisce un piccolo grande fenomeno. Costato appena 6,4 milioni di dollari, Terminator ne incassa circa 78 milioni nel mondo e trasforma Arnold Schwarzenegger in una star dell’action.

Il film ha però anche i limiti imposti dal budget. Gli effetti speciali sono ingegnosi ma rudimentali, tra modellini, animatronics e stop motion. È soprattutto l’idea a essere rivoluzionaria: un cyborg assassino proveniente dal futuro viene mandato nel passato per eliminare Sarah Connor (Linda Hamilton), la donna destinata a diventare la madre del futuro leader della resistenza umana.

Sette anni dopo, Cameron torna nel mondo dei Terminator con ambizioni completamente diverse.

Da film di culto a blockbuster

Nel frattempo il regista ha diretto Aliens – Scontro finale e The Abyss, conquistando una posizione di primo piano a Hollywood. Per Terminator 2 può finalmente contare su un budget enorme per l’epoca, circa 100 milioni di dollari.

La differenza è immediatamente evidente. Cameron non vuole semplicemente rifare Terminator con effetti speciali migliori: cambia la prospettiva, amplia la storia e ribalta persino il ruolo del personaggio più iconico del primo film.

Il T-800 interpretato da Schwarzenegger non è più il cacciatore. È il protettore.

Al suo posto arriva il T-1000 (Robert Patrick), un Terminator molto più sofisticato, capace di assumere sembianze umane e trasformare il proprio corpo in un’arma. Al centro della storia c’è John Connor (Edward Furlong), dieci anni, destinato a diventare il leader della resistenza contro le macchine.

Skynet vuole eliminarlo prima che possa compiere il proprio destino. Un T-800 viene quindi inviato nel passato per proteggerlo, mentre Sarah Connor, ormai trasformata in una combattente, cerca di impedire che il futuro apocalittico si realizzi.

Il risultato è uno dei blockbuster più ambiziosi degli anni Novanta.

Il sequel che cambia le regole

La grande intuizione di Cameron è proprio quella di non ripetere il meccanismo del primo film. The Terminator era essenzialmente una fuga disperata: una macchina inarrestabile dà la caccia alla sua vittima. Terminator 2 trasforma quella premessa in un’avventura molto più ampia, introducendo una relazione emotiva tra John e il T-800.

Il cyborg, inizialmente incapace di comprendere le emozioni umane, diventa progressivamente una figura paterna per il ragazzino. È un elemento fondamentale per il successo del film: dietro le esplosioni, gli inseguimenti e i combattimenti c’è una storia sull’umanità, sull’amicizia e sulla possibilità di cambiare il futuro.

E poi ci sono le immagini.

L’inseguimento nel canale di Los Angeles, il T-1000 che emerge dalle fiamme, il camion che sfonda le barriere, il T-800 in sella alla Harley-Davidson, la fuga dall’ospedale psichiatrico e lo scontro finale nell’acciaieria. Terminator 2 diventa rapidamente un catalogo di sequenze d’azione destinate a entrare nell’immaginario collettivo.

Il T-1000 e la rivoluzione degli effetti speciali

Uno degli elementi che rendono Terminator 2 ancora oggi impressionante è il lavoro sugli effetti visivi.

Il T-1000, interpretato da Robert Patrick, è una creatura composta di metallo liquido capace di modificare continuamente il proprio aspetto. Per realizzarlo, Cameron si affida anche alla computer grafica della Industrial Light & Magic, che porta sullo schermo effetti allora considerati rivoluzionari.

Il risultato è diventato uno dei simboli del cinema degli anni Novanta: il volto e il corpo di Patrick che si deformano, si ricompongono e attraversano superfici metalliche sembrano appartenere a un futuro lontanissimo.

Eppure Terminator 2 non è diventato un classico soltanto grazie alla tecnologia.

$520 milioni e un successo planetario

Il film debutta nel luglio 1991 con oltre 50 milioni di dollari nel primo weekend e conclude la sua corsa cinematografica con circa 520 milioni di dollari nel mondo, diventando all’epoca uno dei film di maggior successo della storia.

Anche la critica lo accoglie con entusiasmo. Roger Ebert gli assegna 3,5 stelle su 4, elogiando soprattutto interpretazioni, sceneggiatura e sequenze d’azione.

Il punto fondamentale è che Terminator 2 riesce a fare qualcosa che pochissimi sequel hanno saputo fare: essere contemporaneamente più grande, più spettacolare e più emotivo dell’originale.

Il paradosso dei sequel

La storia della saga, però, ha creato anche un curioso paradosso.

Dopo Terminator 2 arrivano Terminator 3 – Le macchine ribelli nel 2003, Terminator Salvation nel 2009 e Terminator Genisys nel 2015. Nessuno dei tre riesce a raggiungere l’impatto dei primi due film.

Terminator 3, in particolare, mette in discussione uno degli elementi più importanti del finale di Terminator 2: la possibilità di modificare il futuro. La guerra contro le macchine torna a essere inevitabile e il sacrificio compiuto dai protagonisti nel secondo capitolo assume così un significato completamente diverso.

Nel 2019 arriva Terminator: Destino oscuro, diretto da Tim Miller e concepito come sequel diretto di Terminator 2, ignorando gli altri capitoli. Tornano Linda Hamilton e Arnold Schwarzenegger, ma nemmeno questa volta la saga riesce a ricreare la magia del film del 1991.

Il problema, paradossalmente, potrebbe essere proprio Terminator 2: dopo aver raggiunto un livello così alto, qualsiasi seguito è inevitabilmente costretto a confrontarsi con un modello quasi impossibile da superare.

È davvero il miglior sequel della storia?

La discussione è aperta. Tra i candidati al titolo ci sono Il cavaliere oscuro, secondo capitolo della trilogia di Christopher Nolan, e L’Impero colpisce ancora, che nel 1980 porta avanti la saga di Star Wars cambiandone radicalmente tono e dimensione.

Ma il rivale più accreditato rimane probabilmente Il padrino – Parte II di Francis Ford Coppola.

Uscito nel 1974, è il primo sequel nella storia a vincere l’Oscar come miglior film e porta a casa complessivamente sei statuette. Come Terminator 2, non si limita a riproporre ciò che aveva funzionato nel primo capitolo: amplia l’universo narrativo e ne aumenta la profondità.

La differenza è soprattutto nel tipo di cinema. Il padrino – Parte II è un dramma criminale complesso e stratificato; Terminator 2 è un blockbuster d’azione fantascientifico capace però di contenere al suo interno una riflessione sorprendentemente umana.

Il futuro è ancora Terminator 2

A 35 anni dall’uscita, Terminator 2 continua a funzionare perché non è soltanto un film d’azione perfettamente costruito. È anche una storia sul destino e sulla possibilità di cambiarlo.

Il messaggio è già tutto nella frase che Sarah Connor pronuncia pensando al futuro: «Il futuro non è scritto».

Ed è forse proprio questa la ragione per cui il film continua a essere così attuale. Cameron immagina un mondo dominato dall’intelligenza artificiale e dalle macchine, ma al centro mette una domanda molto più semplice: siamo davvero destinati a diventare ciò che il futuro ha deciso per noi?

Tra inseguimenti, esplosioni, metallo liquido e una delle migliori performance fisiche della carriera di Schwarzenegger, Terminator 2 riesce nell’impresa più rara: essere spettacolare senza sacrificare l’emozione.

Il primo Terminator aveva inventato un futuro da cui fuggire. Terminator 2 ha fatto qualcosa di ancora più ambizioso: ha raccontato che, forse, quel futuro può essere ancora essere cambiato.

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