Heart of the Beast porta Brad Pitt nel cuore della natura selvaggia dell’Alaska insieme a un compagno di avventure molto speciale: Odin, un cane da combattimento con cui il protagonista condivide non solo un passato difficile, ma anche le ferite invisibili lasciate dalla guerra. Diretto da David Ayer, già regista di The Beekeeper e Fury, e scritto da Cameron Alexander, il film racconta una storia di sopravvivenza, lealtà e legame tra uomo e animale.
Pitt interpreta James Belmont, un veterano delle Forze Speciali ormai in pensione che si prende cura di Odin, il cane con cui ha affrontato le missioni militari in Medio Oriente. Entrambi portano con sé le conseguenze traumatiche della guerra e soffrono di disturbo da stress post-traumatico.
La loro vita cambia drasticamente quando un incidente aereo li lascia dispersi tra le montagne e le foreste dell’Alaska. Lontani dalla civiltà e costretti a fare affidamento l’uno sull’altro, James e Odin devono affrontare condizioni climatiche estreme, pericoli naturali e una lotta per la sopravvivenza che metterà alla prova il loro rapporto.
Heart of the Beast è una storia vera?
La risposta è no. Heart of the Beast non racconta una vicenda realmente accaduta e non è basato sulla storia vera di un veterano delle Forze Speciali sopravvissuto a un incidente aereo insieme al proprio cane. James Belmont e Odin sono personaggi immaginari, così come lo sono gli eventi al centro del film.
L’elemento più autentico della storia si trova però all’origine stessa della sceneggiatura. Cameron Alexander ha infatti costruito il progetto partendo da un sentimento molto reale: il rapporto con il suo cane.
Alexander, laureatosi in cinema alla University of California, Santa Barbara, nel 2010, prima di arrivare a Heart of the Beast aveva lavorato soprattutto nella regia di videoclip musicali per band indipendenti e di cortometraggi. Il film con Brad Pitt rappresenta quindi il risultato di un percorso iniziato lontano dalle grandi produzioni hollywoodiane.
L’idea della sceneggiatura è nata, come ha raccontato alla stampa lo stesso Alexander, in un momento particolarmente complicato della sua vita professionale e personale. Il progetto era inizialmente pensato come una sorta di «lettera d’amore» al suo cane, scritta mentre cercava senza successo di vedere realizzati i suoi copioni.
Il rapporto tra uomo e animale è dunque il vero cuore del film. Le esperienze vissute dai protagonisti, il trauma, la solitudine e le difficoltà che devono affrontare nella natura selvaggia diventano una rappresentazione metaforica del legame tra Alexander e il suo cane e delle difficoltà che lo sceneggiatore stava attraversando.
Leggi anche:









