I figli della scimmia, il significato del titolo del film con Riccardo Scamarcio

Dario è padre di Enrico, un ragazzino con disabilità, al quale dedica ogni giorno cura, attenzione e amore. Allo stesso tempo, ha instaurato un rapporto speciale con Giacomo: il figlio adolescente di suo fratello, Roberto, con cui riesce a creare una complicità sempre più profonda. In quel ragazzo finisce per proiettare l’immagine del figlio che avrebbe desiderato avere, assumendo inconsapevolmente il ruolo del padre che avrebbe potuto essere. Ma questo intreccio di desideri, bisogni e sentimenti inespressi finirà per mettere in crisi il suo equilibrio interiore, facendo emergere tensioni destinate a travolgere non soltanto Dario, ma l’intera famiglia.

I figli della scimmia, opera prima di Tommaso Landucci, ha conquistato il premio per la migliore sceneggiatura nella sezione Orizzonti della Mostra del Cinema di Venezia, assegnato a Landucci e Damiano Femfert, e il riconoscimento per la migliore interpretazione maschile a Riccardo Scamarcio, nei panni di Dario, un padre quarantenne di un bambino con una disabilità psicomotoria.

Come si è preparato al ruolo Riccardo Scamarcio

Il regista sceglie di raccontare la disabilità senza pietismi e trasformarla nell’unica identità del personaggio, concentrandosi soprattutto sul legame tra un padre e un figlio. Per Scamarcio, il lavoro sul personaggio è iniziato ben prima del ciak. L’attore ha incontrato Andrea Aggio, interprete di Enrico, trascorrendo con lui due giornate prima delle riprese. È stato anche a casa sua, dove ha conosciuto i genitori e la sorella e ha potuto osservare la sua quotidianità, compreso il modo autonomo in cui utilizza la carrozzina elettrica. Un’esperienza che gli ha permesso di costruire con Andrea una complicità autentica, fondamentale per rendere credibile il rapporto tra padre e figlio.

Scamarcio si è preparato anche fisicamente. Per interpretare Dario, appassionato di moto da trial, ha preso lezioni prima delle riprese con Daniele Maurino, ex campione italiano della disciplina. Un allenamento necessario per affrontare con maggiore sicurezza le scene in moto, ma anche un ulteriore tassello nella costruzione di un personaggio concreto, fisico e profondamente legato alla propria quotidianità.

I figli della scimmia, il significato del titolo del film

Tutto nasce da una favola di Esopo, quella che dà il titolo al film di Tommaso Landucci: La scimmia e i suoi due cuccioli (The Ape and her Two Young Ones), tramandata nel tempo in diverse varianti. Protagonista è una scimmia madre di due piccoli, verso uno dei quali nutre un amore smisurato, mentre l’altro viene trascurato e guardato con disprezzo. Il destino, però, ribalta le sue preferenze: il cucciolo prediletto muore, mentre quello meno amato sopravvive.

Una parabola sul rapporto tra genitori e figli, sulla fragilità del controllo e sull’illusione di poter proteggere chi amiamo da ogni possibile destino. Ma anche sul rischio di un amore eccessivo e soffocante, capace di produrre conseguenze esattamente opposte a quelle desiderate.

I figli della scimmia parte proprio da questo nucleo narrativo – la predilezione di un figlio rispetto all’altro – per poi allontanarsi dalla favola originale e svilupparne autonomamente le suggestioni. Landucci trasforma così lo spunto di Esopo in una storia contemporanea, costruita intorno a desideri, proiezioni e dinamiche familiari, portando avanti un racconto minuziosamente scritto e coerente nelle sue diverse implicazioni.

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