Disclosure Day, come Steven Spielberg ha convinto il cast del suo nuovo sci-fi che gli alieni esistono

Steven Spielberg gira film sugli alieni da oltre mezzo secolo, e ogni suo blockbuster sembra riflettere lo spirito del tempo in cui è stato realizzato. Incontri ravvicinati del terzo tipo è un’opera post-Watergate che mette al centro la diffidenza verso il governo; E.T. intercetta le ansie consumistiche e suburbane dell’era Reagan; La guerra dei mondi traduce invece il panico e l’insicurezza del post-11 settembre.

Ora, Disclosure Day immagina un pianeta sull’orlo di un conflitto globale, dove esplode una battaglia silenziosa e ideologica su una rivelazione sconvolgente: non siamo soli nell’universo.

Nel film, Colman Domingo interpreta un visionario che guida la diffusione di prove accumulate per decenni sull’esistenza pacifica di visite extraterrestri sulla Terra. Josh O’Connor ed Emily Blunt sono suoi alleati, coinvolti in una missione che li supera e che potrebbe aprire un contatto diretto con questi misteriosi visitatori. Ma una potente organizzazione, legata a doppio filo con il governo e intenzionata a mantenere il controllo delle informazioni, dà la caccia al gruppo per impedirne la rivelazione.

I tre attori, in un’intervista a TIME, raccontano come Spielberg li abbia convinti a prendere sul serio l’ipotesi della vita aliena, del loro incontro con l’ex presidente Barack Obama — anch’egli sostenitore della possibilità di vita extraterrestre — e di come il film intenda continuare a influenzare il dibattito culturale sugli extraterrestri.

Alla domanda su cosa li abbia spinti a partecipare al film oltre alla presenza di Spielberg alla regia, Blunt e Domingo rispondono senza esitazioni. Blunt scherza dicendo che chiunque sarebbe disposto a fare “qualsiasi cosa” pur di lavorare con lui, mentre Domingo conferma con entusiasmo. Entrambi raccontano poi il momento in cui hanno letto la sceneggiatura: Blunt spiega di averla letta tutta d’un fiato e di aver subito chiamato Domingo. Alla fine della lettura, entrambi erano così colpiti da commuoversi fino alle lacrime, sopraffatti dalla potenza della storia scritta da David Koepp (Jurassic Park).

Riflettendo sul tema della vita aliena e sul modo in cui Spielberg lo affronta nei suoi film, Blunt sottolinea come il regista abbia sempre mostrato un’ossessione per ciò che esiste “oltre le stelle”, fin da quando era giovanissimo. Nei suoi film non si limita a immaginare il contatto con l’ignoto, ma si concentra soprattutto su come l’umanità reagirebbe a un evento simile. È proprio questo approccio, profondamente umano, a renderlo unico. Domingo aggiunge che una scoperta del genere avrebbe conseguenze enormi: metterebbe in discussione governi, religioni, identità e divisioni sociali, costringendo l’umanità a riconsiderare tutto da capo. In un certo senso, dice, sarebbe un’occasione per ritrovarsi tutti dalla stessa parte.

Josh O’Connor riflette invece sul contesto contemporaneo, definendo il mondo attuale “politicamente ostile e frammentato”. In un’epoca simile, sostiene, l’idea di una vita extraterrestre potrebbe ricordare quanto siamo piccoli nell’universo e favorire un po’ di umiltà collettiva. L’ipotesi che esistano visitatori non ostili, osserva, potrebbe ridimensionare molte delle nostre tensioni.

Il film affronta anche il modo in cui una simile scoperta metterebbe in crisi le credenze religiose e i sistemi di fede. Blunt osserva che tutto ciò ci costringerebbe a riconoscere quanto poco controllo abbiamo davvero e quanto sia presuntuoso pensare di essere soli o dominanti nell’universo. Racconta inoltre le ricerche fatte per il ruolo, tra testimonianze, documentari e audizioni congressuali sugli UFO, notando come molte persone che affermano di aver vissuto esperienze simili descrivano sensazioni di pace profonda, pur venendo spesso screditate o emarginate. Domingo cita il lavoro dello psichiatra John E. Mack di Harvard, che studiò persone convinte di aver avuto incontri con entità non terrestri, sostenendo che le loro esperienze fossero autentiche dal punto di vista psicologico ed emotivo, anche se controverse nella comunità scientifica.

Quando gli attori vengono incalzati sul fatto se credano o meno nella vita extraterrestre, O’Connor risponde con cautela: non gli sembra improbabile che esista vita altrove, ma resta scettico sull’idea delle visite. Tuttavia, riconosce che molte testimonianze non possono essere semplicemente liquidate e che spesso il trauma nasce più dalla reazione degli altri che dall’esperienza in sé.

Si parla poi del crescente interesse pubblico e istituzionale verso gli UFO, anche alla luce delle dichiarazioni di figure politiche come Barack Obama e della diffusione di documenti ufficiali. Blunt osserva che questa apertura potrebbe essere il segno di una “massa critica” pronta a chiedere maggiore trasparenza, mentre Domingo ribadisce il desiderio di una divulgazione completa delle informazioni.

Disclosure Day rappresenta un record per Spielberg, che conferma così la sua costante presenza nel genere fantascientifico: almeno un film sci-fi per ogni decennio della sua carriera.: il debutto con Firelight (1964), Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977), E.T. – L’extra-terrestre (1982), Jurassic Park (1993), Il mondo perduto – Jurassic Park (1997), A.I. – Intelligenza artificiale (2001), Minority Report (2002), La guerra dei mondi (2005) e Ready Player One (2018).

Spielberg prende ispirazione per Disclosure Day dall’episodio Nisei, settimo della terza stagione di X-Files, andato in onda nel novembre 1995. La puntata racconta il ritrovamento di un filmato che documenta un’autopsia aliena eseguita dal governo, considerata una prova decisiva delle teorie di Fox Mulder, da sempre convinto dell’esistenza di una cospirazione extraterrestre.

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