E se il villain di un film horror non fosse un mostro, ma un luogo? Ispirato a una leggenda urbana nata su internet e creato da un ventenne dalla sua camera da letto, Backrooms trasforma la paura degli spazi vuoti e “di mezzo” in uno dei film più disturbanti dell’anno, capace di raggiungere la vetta del boxoffice mondiale.
Il film prende origine da una “creepypasta”, termine usato per indicare una leggenda urbana nata sul web. Nel 2019, qualcuno pubblicò su 4chan la fotografia di una stanza vuota con carta da parati gialla. Da quella singola immagine si sviluppò una mitologia complessa attraverso Reddit, YouTube e TikTok: l’idea che si potesse “scivolare” attraverso una fessura della realtà e ritrovarsi in un labirinto infinito di corridoi identici, i Backrooms, da cui è impossibile uscire. Un universo horror partecipativo e collettivo, costruito da migliaia di utenti anonimi.
Il regista Kane Parsons aveva 16 anni quando si imbatté in quell’immagine. Utilizzando Blender, un software open-source di modellazione 3D, realizzò un cortometraggio di nove minuti basato sulla lore dei Backrooms, pubblicato su YouTube nel 2022. Definito “il video più spaventoso di internet”, raggiunse 20 milioni di visualizzazioni nelle prime due settimane. Da lì, Parsons ha continuato a espandere l’universo con altri 22 episodi, spingendo gli spettatori sempre più in profondità nei Backrooms, dove ogni livello è più irreale del precedente. Oggi la casa di produzione A24 ha trasformato la serie in un lungometraggio (con un sequel già in cantiere), con Chiwetel Ejiofor nel ruolo principale e il produttore horror James Wan coinvolto nel progetto.
L’architettura della paura
Backrooms segue Clark (Ejiofor), un venditore di mobili che scopre un passaggio nel seminterrato del suo showroom: una soglia illuminata da luci fluorescenti che conduce a uno spazio labirintico di uffici apparentemente infinito. Coinvolge la sua dipendente Kat (Lukita Maxwell) e il suo fidanzato Bobby (Finn Bennett) per esplorare e mappare quella geometria impossibile, mentre suoni inquietanti suggeriscono che non siano soli.
L’orrore qui non è un mostro o un fantasma, ma i Backrooms stessi. Spazi come uffici abbandonati, centri commerciali vuoti, hotel, scuole o parcheggi rientrano nei cosiddetti spazi liminali: ambienti di “soglia”, sospesi tra uso e abbandono, presenza e assenza. Non sono intrinsecamente soprannaturali, ma risultano inquietanti perché privati della loro funzione abituale. Studi pubblicati sul Journal of Environmental Psychology hanno suggerito che questi luoghi occupano una sorta di “uncanny valley” non dei volti, ma dell’architettura: familiari, ma allo stesso tempo distorti e fuori posto. “I Backrooms sembrano ordinari”, ha dichiarato Ejiofor, “ma proprio per la loro estrema ordinarietà diventano disturbanti. Ti senti al sicuro perché sei in un ufficio vuoto, ma qualcosa non torna e questo ti rende ancora più vulnerabile.”
Questa estetica non è del tutto nuova. Si ritrova in Shining di Stanley Kubrick, in Twin Peaks di David Lynch, nel videogioco The Stanley Parable, nel film horror Skinamarink del 2022 e nella serie Apple TV+ Severance, il cui creatore ha citato esplicitamente la web series dei Backrooms come influenza visiva. Tuttavia, Backrooms è la prima volta in cui gli spazi liminali — e la loro cultura online fatta di community, subreddit e contenuti virali (il subreddit r/LiminalSpace conta centinaia di migliaia di visite settimanali) — diventano il nucleo centrale di un grande film.
Costruire il labirinto
Realizzare questa dimensione è stata una sfida enorme, soprattutto perché il film è stato girato principalmente su set reali. “Io e Kane abbiamo capito che il modo migliore era ricostruire tutto in Blender”, racconta lo scenografo Danny Vermette. “Quando ci ha mandato il file originale del layout dei Backrooms, ha mandato in crash il mio computer.”
“Abbiamo dovuto decidere cosa costruire fisicamente e cosa lasciare alla CGI, lavorando su set di 2.800 metri quadrati invece che su superfici piatte e infinite”, continua. “Volevamo creare uno spazio con verticalità, in cui gli attori potessero interagire davvero: arrampicarsi, strisciare, infilarsi in passaggi stretti, aumentando il loro senso di disagio.”
Il team scenografico ha lavorato per tre mesi alla costruzione dei set su quattro teatri di posa. Sono stati stampati oltre 2.900 metri quadrati di carta da parati e posati 8.200 metri quadrati di moquette. La scala era tale che la produzione forniva mappe al cast e alla troupe per evitare che si perdessero. “La struttura del set ci teneva costantemente in tensione”, racconta Vermette. “Era familiare, ma allo stesso tempo sempre più opprimente man mano che il labirinto si rivelava.”
La caratteristica carta da parati gialla ha richiesto un mese di sviluppo e oltre 50 test di camera per ottenere il risultato perfetto. Motivi floreali e geometrie leggere cambiano sottilmente nel film, suggerendo che lo spazio non sia semplicemente abbandonato, ma in continua mutazione.
“Siamo abituati a spazi progettati per il comfort: case, uffici, supermercati”, aggiunge Vermette. “Entrare in un mondo dove queste regole non esistono più è immediatamente destabilizzante.”
Anche il suono è fondamentale. Con il compositore Edo Van Breemen, Parsons ha creato un ambiente sonoro fatto di ronzii a bassa frequenza, luci fluorescenti elettriche e texture ambientali distorte. Nel film compare anche il brano Six Forty Seven di Instupendo, diventato virale nelle community online dedicate agli spazi liminali, rafforzando il legame tra il film e le sue origini digitali.
Il fantasma moderno
Dal punto di vista antropologico, il concetto di liminalità risale ad Arnold van Gennep, che descriveva le fasi di transizione in cui l’identità è temporaneamente sospesa, come il passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Questo potrebbe spiegare perché gli spazi liminali risuonino così profondamente con le generazioni più giovani, immerse in un mondo sempre più instabile e frammentato.
Per Parsons, i Backrooms sono il simbolo di un disagio contemporaneo preciso: “Sono il risultato cumulativo della stanchezza verso la monocultura industrializzata in cui stiamo scivolando”, ha dichiarato. “Quando le persone sono isolate dalla società, si disconnettono. Quanto sarebbe terrificante restare intrappolati in quell’esistenza per sempre, vivendo sempre la stessa esperienza?”
Backrooms, quindi, si allontana dagli horror basati sui jump scare. È piuttosto una riflessione sull’angoscia esistenziale: la paura di una vita fatta di ripetizione, vuoto e disorientamento psicologico. “Viviamo in un’epoca di profonda solitudine, dove sempre più esistenze si svolgono online e tutto appare ripetitivo”, conclude Vermette. “Credo che le persone si riconoscano in questa estetica perché cattura proprio quel sentimento. E, in un modo o nell’altro, tutti stiamo cercando una via d’uscita.”
Leggi anche:









