Un killer mascherato, un lago misterioso, una lancia a doppia lama e una quantità spropositata di sangue. Sulla carta, gli ingredienti sembrerebbero quelli del classico horror-slasher. Ma in Teenage Sex and Death at Camp Miasma, il nuovo film di Jane Schoenbrun, nulla è esattamente come sembra. A cominciare dal suo antagonista, Little Death.
Interpretato da Jack Haven, Little Death è il killer della saga horror immaginaria Camp Miasma, un franchise nato nell’epoca d’oro degli slasher e diventato, nel corso degli anni, una vera e propria macchina cinematografica. Il personaggio emerge dall’acqua per dare la caccia alle sue vittime, impugnando una gigantesca lancia a doppia lama e indossando una tuta di plastica trasparente. Ma è soprattutto la sua testa a renderlo immediatamente riconoscibile: più che una tradizionale maschera da assassino, Little Death sembra avere sul volto un enorme dispositivo industriale, simile a una griglia di ventilazione o a un vecchio televisore.
Ed è proprio questa scelta apparentemente assurda a racchiudere una parte fondamentale del significato del film.
Dimenticate Jason: Little Death è il nuovo volto dello slasher
Ogni grande killer dell’horror ha bisogno di un’identità visiva immediatamente riconoscibile. Jason Voorhees ha la maschera da hockey, Michael Myers quella bianca e anonima, Ghostface il volto scheletrico. Little Death, invece, ha qualcosa che sembra uscito da un incubo tecnologico.
Il suo copricapo squadrato nasconde il volto e, allo stesso tempo, lo trasforma in una sorta di oggetto cinematografico. Il personaggio non appare semplicemente come una persona che indossa una maschera: sembra quasi essere diventato parte dell’apparato che produce le immagini che ossessionano i protagonisti.
La scelta non è casuale. Il film trasforma infatti il killer in una creatura sospesa tra realtà, fantasia e cinema, coerentemente con la struttura metacinematografica di Teenage Sex and Death at Camp Miasma. Little Death è il mostro della saga Camp Miasma, ma è anche qualcosa di più: una manifestazione fisica dell’immaginazione e del potere che le immagini possono esercitare su chi le guarda.
Una maschera che non è davvero una maschera
Definirlo semplicemente «mascherato» è quindi quasi riduttivo. Il suo volto è coperto da una struttura che ricorda una bocchetta di ventilazione industriale, un dettaglio straniante e quasi comico che contrasta con la tradizionale iconografia del killer slasher.
La scelta ha anche una precisa dimensione sessuale. Secondo le interpretazioni emerse attorno al film, il dispositivo richiama la prospettiva del soffitto che Billy osserva durante una scena sessuale, mentre il nome Little Death rimanda all’espressione francese la petite mort, utilizzata come eufemismo per indicare l’orgasmo.
In questo modo Schoenbrun sovrappone fin dall’aspetto del personaggio i due poli fondamentali del film: sesso e morte.
La tuta trasparente, il sangue e la lancia
Anche il resto del look di Little Death sembra costruito per sovvertire le convenzioni del genere.
Il killer indossa una tuta trasparente di plastica che lascia intravedere il corpo, mentre la sua arma è una gigantesca lancia a doppia lama, tanto sproporzionata quanto volutamente fallica. Quando Little Death colpisce, il film non cerca il realismo: il sangue esplode in getti esagerati, quasi cartoon, trasformando la violenza in una sorta di balletto grottesco.
È una scelta che riflette perfettamente l’approccio di Schoenbrun al film. Dopo il tono più malinconico e inquietante di We’re All Going to the World’s Fair e I Saw the TV Glow, la regista ha voluto abbracciare anche la componente più giocosa e demenziale del proprio immaginario. «Volevo un’enorme fontana di sangue nella prima scena», ha raccontato Schoenbrun, spiegando di voler realizzare un film «giocoso, gioioso e completamente inaspettato» dal punto di vista tonale.
Da Friday the 13th a Sleepaway Camp
Teenage Sex and Death at Camp Miasma è innanzitutto una dichiarazione d’amore per lo slasher degli anni Ottanta. La saga fittizia Camp Miasma richiama apertamente la struttura dei film ambientati nei campeggi estivi, con giovani vittime, sesso, droga, violenza e un assassino apparentemente inarrestabile.
Ma Schoenbrun non si limita a imitare il genere: ne smonta i meccanismi e li osserva attraverso una sensibilità queer.
Il riferimento a Sleepaway Camp è particolarmente significativo. Il film del 1983 è diventato negli anni un testo fondamentale anche per la rappresentazione dell’identità di genere nell’horror, grazie al suo celebre colpo di scena finale. Little Death riprende idealmente quella tradizione, ma la trasforma in qualcosa di molto più ambiguo: una figura non binaria, interpretata da Jack Haven, che diventa contemporaneamente vittima, mostro, performer e creatore.
Il fantasma che crea i film
Ed è qui che Camp Miasma smette definitivamente di essere un semplice slasher.
Nella mitologia del film, Little Death non è soltanto il killer della saga. È una presenza che vive nelle profondità del lago, in una sorta di prigione di carne, e che continua a generare nuove storie. Le idee che produce si trasformano misteriosamente in videocassette VHS, alimentando la lunga serie di sequel di Camp Miasma.
Il killer diventa così anche un regista.
Uccide, ma allo stesso tempo crea. Distrugge i corpi per trasformarli in immagini. E ogni nuova strage diventa un nuovo film.
È una delle idee più affascinanti della pellicola: il mostro non esiste soltanto dentro l’horror, ma sembra essere il motore stesso che permette all’horror di continuare a esistere.
Il fantasma di Videodrome
Il riferimento a David Cronenberg e a Videodrome (1983) si inserisce perfettamente in questa dimensione. Come nel body horror di Cronenberg, anche qui il confine tra corpo, tecnologia e immagine diventa instabile.
In Videodrome, la televisione non è più semplicemente uno strumento attraverso cui guardare immagini: diventa qualcosa capace di modificare il corpo e la percezione dello spettatore. Schoenbrun porta questa idea in una direzione ancora più surreale. In Camp Miasma, il cinema non si limita a rappresentare la violenza: sembra generarla.
Il corpo di Little Death diventa quindi una sorta di interfaccia tra il mondo reale e quello cinematografico. La testa-meccanismo, la plastica trasparente, la lancia e il sangue contribuiscono a trasformarlo in un essere che sembra contemporaneamente umano, macchina e personaggio di un film.
Un killer che parla di sesso, identità e trauma
Dietro l’aspetto grottesco di Little Death si nasconde quindi una riflessione molto più seria. Lo slasher classico ha spesso associato sesso e morte: i personaggi che fanno sesso diventano vittime, mentre il killer punisce simbolicamente la loro trasgressione.
Schoenbrun prende questo meccanismo e lo rovescia. Il sesso non viene presentato soltanto come qualcosa che conduce alla morte, ma come un’esperienza attraverso cui i personaggi possono confrontarsi con il proprio corpo, con il desiderio e con la propria identità.
Non è un caso che il nome stesso del killer, «Little Death», evochi l’orgasmo. Nel film sesso, morte, trasformazione e rinascita finiscono per diventare facce diverse della stessa esperienza.
Il killer che non puoi davvero uccidere
La vera particolarità di Little Death è forse proprio questa: non è un villain da sconfiggere definitivamente.
È un’idea.
È il desiderio di continuare a guardare horror, di reinventarlo, di trasformarlo e persino di usarlo per comprendere se stessi. Per questo, anche quando la storia sembra arrivare alla conclusione, Little Death rimane una presenza impossibile da eliminare.
Perché il cinema horror, suggerisce Schoenbrun, funziona proprio così: può cambiare volto, linguaggio e identità, ma torna sempre.
E Little Death tornerà con lui.
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