Come mangiare un polpo vivo mentre si dimena e ti avvolge il viso con i tentacoli: guardare Oldboy di Park Chan-wook è un’esperienza altrettanto scomoda, intensa e impossibile da dimenticare.
Successo fulmineo nella Corea del Sud del 2023 – anno cruciale per “Hallyuwood” – Oldboy fu aggiunto all’ultimo minuto alla selezione ufficiale in concorso del Festival di Cannes 2004, dove Quentin Tarantino era presidente della giuria. Il film fece poi la storia, diventando il primo titolo sudcoreano a vincere il Grand Prix della Giuria, mentre la Palma d’Oro andò a Fahrenheit 9/11 di Michael Moore, una pellicola che, a distanza di anni, non è invecchiata altrettanto bene. Tarantino, tuttavia, non ha mai nascosto la propria ammirazione per Oldboy, arrivando a definirlo senza mezzi termini un capolavoro assoluto e «il film che avrei voluto fare io». I membri della squadra di Park raccontano di aver visto il cineasta italoamericano tra il pubblico ad almeno tre proiezioni diverse di Oldboy durante la kermesse, inclusa la première internazionale. Anche Tilda Swinton, che faceva parte della giuria quell’anno, scherzò con Park dicendogli di stare attento, perché Tarantino probabilmente avrebbe «rubato molto» dal suo film.
Tratto dal manga omonimo di Nobuaki Minegishi e Garon Tsuchiya, Oldboy è il secondo capitolo della Trilogia della Vendetta, iniziata nel 2002 con Mr. Vendetta e terminata nel 2004 con Lady Vendetta.
Scritto da Park Chan-wook, Lim Joon-hyung e Hwang Jo-yun, Oldboy racconta la storia di Oh Dae-su (interpretato da Choi Min-sik), un uomo che viene rapito e rinchiuso per quindici anni in una prigione simile a un albergo, senza alcuna spiegazione. Quando viene finalmente liberato, il protagonista torna in società animato da un’insaziabile sete di vendetta — e da una fame altrettanto insaziabile di molluschi vivi — e intreccia una relazione con la giovane Mi-do (Kang Hye-jeong), mentre dà la caccia al suo rapitore attraverso una serie di brutali scontri a colpi di martello e pugni, fino a un plot twist tra i più scioccanti della storia del cinema.
Tra i numerosi momenti iconici che il cult ci ha regalato, il lungo piano sequenza della carneficina in cui Oh Dae-su affronta un intero corridoio pieno di scagnozzi armato di un martello: una scena che ha avuto un’influenza enorme sul cinema d’azione hollywoodiano degli ultimi vent’anni.
Dopo essere stato rapito e tenuto prigioniero, Oh Dae-su viene finalmente liberato e decide di vendicarsi dei suoi carcerieri. Non dispone, però, delle armi convenzionali che solitamente caratterizzano i revenge movies. E così, quasi per caso, si ritrova a impugnare un martello, destinato a diventare l’arma simbolo di Oldboy.
In un’intervista con Vanity Fair, Park Chan-wook ha spiegato perché abbia scelto proprio quell’oggetto. Il regista chiarisce che il martello non è stato scelto perché rappresentasse l’arma preferita di Oh Dae-su: al contrario, il protagonista lo utilizza semplicemente perché è ciò che ha a portata di mano. Una scelta che riflette perfettamente il suo carattere e quella che Park definisce una sorta di «strano ottimismo», tipico di un uomo convinto di non avere più nulla da perdere.
«Questa persona, Oh Dae-su, ha fiducia, non importa in quale situazione si trovi. È la mentalità di qualcuno che non ha nulla da perdere. […] Normalmente, in un film di vendetta, il protagonista deve procurarsi delle armi. Lo si vede spesso nei film in cui apre una grande borsa piena di armi prima di affrontare i nemici. Io volevo fare l’opposto: mentre si guarda intorno, Oh Dae-su afferra semplicemente tutto quello che riesce a trovare».
Per Park, il martello doveva inoltre rendere fisicamente percepibile la violenza dello scontro. L’obiettivo era mostrare la forza brutale dell’arma e far sì che il pubblico potesse quasi sentire il dolore provocato dai suoi colpi.
C’è poi un altro motivo per cui il martello si adatta così bene a Oldboy. La storia non racconta una guerra né una missione su scala epica: è un dramma profondamente personale, costruito intorno alla vita, ai traumi e ai segreti di un singolo uomo. Una pistola o una spada avrebbero potuto conferire alla vendetta un tono più spettacolare o irreale. Il martello, invece, è un oggetto comune, qualcosa che potrebbe trovarsi nella cassetta degli attrezzi di chiunque.
Ed è proprio questa normalità a rendere la violenza di Oldboy ancora più disturbante. Il martello non appartiene a un universo fantastico: è un oggetto quotidiano trasformato in uno strumento di vendetta. In questo senso, chiunque potrebbe impugnarlo. E, per lo stesso motivo, lo spettatore può riconoscersi — almeno in parte — nell’uomo che lo brandisce.
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