Come Dominic Sessa è diventato Anthony Bourdain

«Ero – per essere sincero – un giovane lout viziato, miserabile, narcisistico, autodistruttivo e senza pensieri, e che ha bisogno di un buon calcio nel culo.»

Queste parole, dal memoir di Anthony Bourdain Kitchen confidential. Avventure gastronomiche a New York, sono diventate la chiave con cui il co-sceneggiatore / regista Matt Johnson ha sbloccato l’icona culinaria. Il suo nuovo film Tony, biopic formativo prodotto da A24 (al cinema dal 27 agosto), vede Dominic Sessa nel grembiule del giovane Bourdain, concentrandosi sugli anni precedenti alla fama: il periodo in cui, come scriveva lo stesso chef, aveva ancora bisogno di «farsi prendere a calci in culo». E, a giudicare dal film, non è certo quello che gli è mancato.

Interpretare Anthony Bourdain significa confrontarsi con una delle figure più amate e influenti della cultura gastronomica americana. Prima della sua morte, avvenuta per suicidio nel 2018, a 61 anni, Bourdain aveva conquistato il pubblico come autore bestseller, conduttore di No Reservations e Parts Unknown, diventando qualcosa di molto vicino a un eroe popolare del mondo della ristorazione. Per Sessa, 23 anni, rivelazione del film premio Oscar The Holdovers del 2023, interpretare Bourdain ha rappresentato soprattutto l’occasione per conoscere davvero l’uomo nascosto dietro il mito.

Johnson e Sessa, insieme ai co-sceneggiatori Matthew Miller, Todd Bartels e Lou Howe, scelgono un approccio insolito per raccontare la storia di Bourdain: non raccontarla affatto nel senso tradizionale del termine. Invece di ripercorrere la sua carriera da chef celebre, scrittore o viaggiatore, Tony si concentra interamente su una sola estate a Cape Cod, andando alla ricerca degli anni meno conosciuti della sua vita e rinunciando al classico racconto «dalla nascita alla morte» che caratterizza molti biopic hollywoodiani.

Il film, infatti, non è un biopic convenzionale, ma il ritratto di un’estate destinata a cambiare per sempre il giovane Bourdain, liberamente ispirata ai suoi scritti. Nel 1975, a soli 19 anni, Tony trova lavoro come lavapiatti e addetto alla sgusciatura delle ostriche in un ristorante di pesce di Provincetown. È qui che entra per la prima volta nel mondo caotico, ipermaschile e quasi monastico delle cucine professionali, l’ambiente che negli anni successivi sarebbe diventato parte integrante della sua identità. Due giovani cuochi, interpretati da Leo Woodall e Stavros Halkias, diventano una sorta di diavoletti tentatori, mentre Antonio Banderas interpreta la figura dell’angelo custode: un uomo gentile, paziente e saggio che insegna a Tony l’importanza di vivere e lavorare con integrità.

Il legame tra Bourdain e Dominic Sessa, inoltre, va oltre lo schermo. Come lo chef, anche Sessa è originario del New Jersey e si è trovato proiettato molto presto verso una carriera destinata a cambiargli la vita. Bourdain è cresciuto a Leonia e trascorreva le estati sulla Jersey Shore; Sessa è nato a Cherry Hill ed è cresciuto tra Egg Harbor Township e Ocean City. Sessa arrivò alla Deerfield Academy grazie a una borsa di studio per giocare a hockey, ma la frattura del femore lo costrinse a cambiare strada e lo portò a recitare. Una svolta apparentemente casuale che, proprio come l’esperienza di Bourdain nelle cucine di Provincetown, avrebbe finito per indirizzare la sua vita verso un destino completamente diverso.

Dominic Sessa ha improvvisato a Cape Cod

Le riprese di Tony sono durate circa 25 giorni a Cape Cod, cinque dei quali a Provincetown, dove il giovane Anthony Bourdain arriva nel 1975 per inseguire una ragazza, Nancy (Emilia Jones), ritrovandosi però senza soldi e completamente solo. È qui che trova lavoro come lavapiatti nel ristorante gestito da uno chef noto semplicemente come «Chef» (Antonio Banderas).

Il rapporto tra Tony e lo chef diventa il cuore della storia: attraverso la cucina e la mentorship, il protagonista impara non solo un mestiere, ma anche a confrontarsi con l’età adulta. Sessa ha raccontato di aver costruito il personaggio insieme a Matt Johnson attraverso lunghe conversazioni sulla propria vita, sui mentori, sulla famiglia e sulle relazioni. Il regista ha infatti plasmato il ruolo anche sulla personalità e sul modo di parlare dell’attore.

Le scene ambientate nel ristorante sono state girate con un approccio molto libero e improvvisato. Johnson utilizzava due telecamere portatili e lasciava agli attori la possibilità di muoversi e modificare i dialoghi, con Stavros Halkias particolarmente protagonista dell’improvvisazione comica. Per Sessa, abituato alla precisione di Alexander Payne in The Holdovers, è stata un’esperienza completamente diversa: da una parte una maggiore libertà creativa, dall’altra la necessità di entrare in uno stato mentale più istintivo.

Proprio questa improvvisazione, unita a una sceneggiatura scritta pensando alla voce e alla cadenza naturali di Sessa, ha permesso all’attore di trovare una versione di Bourdain giovane, spontanea e ancora lontana dall’icona che sarebbe diventata.

Dominic Sessa ha lavorato a stretto contato con uno chef

Se fosse bastato impugnare un coltello da ostriche in modo convincente davanti alla macchina da presa, Sessa avrebbe potuto limitarsi a guardare qualche tutorial su YouTube, compresi quelli con Anthony Bourdain in persona. Ma per interpretare il protagonista di Tony, aveva bisogno di qualcosa di più: doveva imparare a muoversi, parlare e comportarsi come un vero chef, entrando nei ritmi e nella mentalità di una cucina professionale.

Per riuscirci, la produzione si è affidata a Eli Sussman, veterano della ristorazione, ristoratore, autore di libri di cucina e volto molto noto online per la sua satira del mondo dell’ospitalità. Sussman, conosciuto soprattutto per l’account Instagram @thesussmans e per la serie di interviste Talkin’ in the Walk-In, ha alle spalle decenni di esperienza nel settore, iniziati già durante l’adolescenza lavorando nella ristorazione.

È stato proprio un ristoratore, colpito dal suo lavoro, a metterlo in contatto con i produttori di Tony. Dopo aver apprezzato il suo contributo, la produzione lo ha coinvolto come consulente culinario. Sussman ha iniziato fornendo osservazioni sulla sceneggiatura, per poi lavorare direttamente con Sessa e aiutarlo a familiarizzare con la vita di una cucina professionale.

In soli tre giorni, i due hanno seguito un vero e proprio percorso immersivo. Prima sono andati alla Maison Premiere, ristorante di ispirazione neworleansiana, dove Sessa ha potuto cimentarsi con la sgusciatura delle ostriche e osservare da vicino il lavoro della brigata. Il giorno successivo hanno visitato Cervo’s, ristorante di pesce portoghese gestito dagli amici di Sussman, dove l’attore ha mangiato, osservato i cuochi all’opera e parlato con loro.

Successivamente Sussman lo ha portato al Golden HOF, invitando diversi professionisti del settore, tra cui Mary Attea, Trigg Brown, Suzanne Cupps e lo chef Sam Yoo. L’obiettivo era permettere a Sessa di sperimentare direttamente il linguaggio, il cameratismo e le dinamiche che caratterizzano una cucina professionale.

L’ultimo giorno, Sessa ha trascorso diverse ore nel ristorante newyorkese di Sussman, Gertrude, esercitandosi nuovamente con le ostriche e osservando il lavoro alla stazione expo. Insieme hanno parlato della vita di un cuoco di preparazione e, soprattutto, di cosa significhi essere quel ragazzo che entra per la prima volta in cucina e deve cominciare dal basso, anche lavando i piatti.

Per interpretare il giovane Bourdain, insomma, Sessa non ha dovuto semplicemente imparare a cucinare: ha dovuto capire come si vive dentro una cucina, dal caos della brigata al linguaggio, dalla fatica del lavoro alla complicità tra colleghi. È proprio questa immersione nella realtà della ristorazione che gli ha permesso di avvicinarsi all’uomo che, come disse lo stesso Bourdain, «indossò il grembiule e non lo tolse più per trent’anni».

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