Unabomber, due volti dello stesso nome

C’è un nome che, appena pronunciato, evoca immediatamente pacchi bomba, paura e una delle più lunghe cacce all’uomo della storia americana: Unabomber. Oggi quel nome torna sotto i riflettori con il film Netflix diretto da Janus Metz e interpretato da Jacob Tremblay, Russell Crowe e Shailene Woodley, che racconta la storia di Theodore Kaczynski, il matematico americano trasformato in terrorista anti-tecnologia.

Ma in Italia la parola Unabomber ha anche un altro volto. Anzi, un volto che ancora oggi non conosciamo.

Theodore Kaczynski, l’Unabomber americano

Kaczynski era un prodigio della matematica. Entrato ad Harvard giovanissimo, intraprese una carriera accademica che lo portò anche all’Università della California, Berkeley. Poi arrivò la svolta radicale: abbandonò progressivamente la società e la tecnologia fino a trasformare la sua ideologia in una campagna terroristica.

Tra la fine degli anni Settanta e il 1995 inviò e piazzò ordigni destinati a colpire persone legate, direttamente o indirettamente, al mondo tecnologico e accademico. Il bilancio fu di tre morti e 23 feriti. La sua caccia coinvolse l’FBI e si concluse nell’aprile 1996 con il suo arresto.

È questa la storia che Netflix porta sullo schermo: non soltanto quella del terrorista, ma anche quella del giovane Kaczynski e della trasformazione che lo portò a diventare l’uomo conosciuto in tutto il mondo come Unabomber.

E poi c’è l’Unabomber italiano

A migliaia di chilometri di distanza, però, negli stessi anni in cui il caso americano era ancora nella memoria collettiva, comparve un altro Unabomber.

Il primo attentato attribuito all’Unabomber del Nord-Est risale al 1994. Per oltre un decennio l’attentatore colpì soprattutto tra Veneto e Friuli-Venezia Giulia, utilizzando oggetti apparentemente innocui trasformati in trappole esplosive. Tra il 1994 e il 2006 gli sono stati attribuiti 32 ordigni.

Tubetti di maionese, ovetti Kinder, oggetti di uso quotidiano: il meccanismo era proprio quello di trasformare qualcosa di familiare in una minaccia. A rimanere ferite furono anche persone molto giovani. Nel 2003, per esempio, la bambina Francesca Girardi, allora nove anni, raccolse sul greto del Piave un evidenziatore che esplose, provocandole gravissime lesioni.

Due Unabomber, due strategie

Ed è qui che il confronto diventa particolarmente interessante.

Kaczynski aveva una motivazione dichiarata. La sua era una guerra ideologica contro la società tecnologica e industriale. Il suo terrorismo aveva una firma teorica, un manifesto e una precisa volontà di comunicare le proprie idee.

L’Unabomber italiano, invece, non ha mai rivendicato gli attentati. Non ha lasciato un manifesto paragonabile a quello di Kaczynski e non è mai stato identificato con certezza. Era un attentatore dalle motivazioni rimaste misteriose, che colpiva anziani, donne e bambini.

In altre parole: uno voleva spiegare perché colpiva; l’altro ha lasciato soprattutto domande.

Il mistero italiano

Se la storia americana ha avuto un finale giudiziario, quella italiana è rimasta per decenni sospesa.

Nel corso delle indagini fu individuato come principale sospettato l’ingegnere Elvo Zornitta, ma l’inchiesta prese una direzione diversa quando emerse che un elemento fondamentale dell’accusa era stato manomesso da un ispettore di polizia, poi condannato definitivamente per questo fatto. Zornitta non è mai stato condannato per gli attentati.

Nel 2024 l’inchiesta era stata riaperta a distanza di 16 anni dall’ultimo attentato, anche grazie alle iniziative del giornalista Marco Maisano e di due vittime, Francesca Girardi e Greta Momesso. Nel 2026, però, il procedimento è stato nuovamente archiviato.

Lo stesso nome, due enigmi

Il successo della storia raccontata da Netflix riporta dunque inevitabilmente alla memoria anche il caso italiano. Due uomini — o, nel caso italiano, un uomo mai identificato — accomunati dallo stesso inquietante soprannome, ma separati da migliaia di chilometri e soprattutto da motivazioni e modalità differenti.

Kaczynski è diventato Unabomber perché aveva trasformato la propria ideologia in una guerra personale contro la tecnologia. L’Unabomber italiano è rimasto Unabomber proprio perché, dietro le sue bombe, non ha mai lasciato una spiegazione definitiva.

Due volti dello stesso nome. Uno raccontato, arrestato e processato. L’altro ancora senza un’identità certa. Ed è forse proprio questa differenza a rendere il caso italiano ancora oggi uno dei più enigmatici capitoli della cronaca nera italiana.

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