Il mio nome è Carlo, come Samuele Carrino è diventato il «santo di Internet»

Per dare vita a Carlo Acutis non era sufficiente assomigliargli. Samuele Carrino ha dovuto avvicinarsi alla sua storia, studiarne la personalità, osservare i suoi gesti e conoscere quell’adolescente che, prima di diventare uno dei santi più conosciuti della sua generazione, era semplicemente un ragazzo di quindici anni. Una sfida particolare per l’attore sedicenne, scelto da Giacomo Campiotti per interpretare il protagonista di Il mio nome è Carlo, il film tv boom di ascolti dedicato al giovane santo e da oggi disponibile gratis on demand su Mediaset Infinity.

Ma chi era davvero Carlo Acutis?

Chi era Carlo Acutis

Carlo Acutis nacque a Londra il 3 maggio 1991, dove i suoi genitori italiani, Andrea Acutis e Antonia Salzano, si trovavano per motivi di lavoro. La mamma è scrittrice e il papà è finanziere, presso la banca d’affari Lazard: Carlo fu battezzato con il nome del nonno paterno, Carlo Giuseppe Maria Acutis,[8] proprietario dell’azienda Vittoria Assicurazioni.

Pochi mesi dopo la nascita, nel settembre dello stesso anno, la famiglia tornò in Italia e si stabilì a Milano. È qui che Carlo trascorse gran parte della sua breve vita, crescendo in una famiglia benestante e profondamente legata alla fede.

Aveva un fratello e una sorella gemelli, Francesca e Michele, nati nel 1998. La madre Antonia, figura centrale nella sua vita e oggi una delle principali testimoni della sua storia, ha raccontato negli anni il percorso spirituale del figlio.

Carlo era un adolescente con interessi molto contemporanei. Studiava, giocava a calcio, amava gli animali, suonava il sassofono e soprattutto aveva una grande passione per il computer e per Internet, strumenti che imparò a utilizzare molto presto. Ma accanto alla tecnologia c’era una fede vissuta in maniera quotidiana e concreta.

Frequentava il liceo classico Leone XIII di Milano, gestito dai gesuiti, e nella parrocchia di Santa Maria Segreta svolgeva attività di catechista con bambini più piccoli di lui. Grazie alle sue competenze informatiche collaborò alla realizzazione di siti web e utilizzò la rete anche per diffondere contenuti religiosi. La sua opera più conosciuta fu una mostra digitale sui miracoli eucaristici avvenuti nel mondo, realizzata attraverso un sito internet che raccoglieva immagini e informazioni su questi fenomeni.

La tecnologia, insomma, non era per Carlo un semplice passatempo. Era uno strumento attraverso il quale cercava di comunicare ciò in cui credeva, tanto da essere ricordato come il «santo di Internet».

Milano, Assisi e una vita vissuta tra normalità e fede

Milano era la città della sua quotidianità, della scuola, degli amici e della famiglia. Ma un altro luogo ebbe un’importanza speciale nella sua formazione: Assisi.

Durante le vacanze Carlo soggiornava nella casa di famiglia nella città umbra, dove sviluppò un forte legame con la figura di San Francesco e con quella di Santa Chiara. Ad Assisi trovò anche un ambiente nel quale vivere la sua spiritualità lontano dalla routine quotidiana. La città di San Francesco sarebbe diventata talmente importante per lui che, dopo la morte, Carlo fu sepolto proprio ad Assisi, dove oggi sono custodite le sue spoglie nel Santuario della Spogliazione.

La fede si traduceva per Carlo anche in piccoli gesti. Aiutava i poveri e i senzatetto che incontrava a Milano, utilizzando anche parte della propria paghetta. La sua religiosità non era quindi separata dalla vita quotidiana: conviveva con il calcio, gli amici, la musica, la scuola e la passione per l’informatica.

Nel 2006, quando aveva appena quindici anni, Carlo si ammalò di leucemia mieloide acuta. La malattia ebbe un decorso rapidissimo. Ricoverato prima alla Clinica De Marchi di Milano e poi all’ospedale San Gerardo di Monza, morì il 12 ottobre 2006.

La sua storia non si concluse però con la morte. Carlo venne beatificato nel 2020 e il 7 settembre 2025 è stato canonizzato da Papa Leone XIV, diventando ufficialmente santo. È considerato il primo santo della generazione dei Millennials.

Samuele Carrino, mesi di preparazione

È questo il ragazzo che Samuele Carrino ha dovuto riportare sullo schermo. Una responsabilità particolare, perché non si trattava di costruire un personaggio di fantasia: Carlo aveva lasciato fotografie, video, testimonianze e materiali attraverso i quali era possibile osservare direttamente il suo modo di essere.

Carrino ha quindi iniziato la preparazione documentandosi sulla sua vita e guardando numerosi video realizzati dallo stesso Carlo. Quelle immagini sono diventate uno strumento fondamentale per studiarne la gestualità, il modo di parlare e l’atteggiamento davanti alla videocamera.

A guidarlo nel percorso è stato Giacomo Campiotti, regista del film e una figura che conosce Carrino da quando era bambino. Il lavoro è andato avanti per diversi mesi, con l’obiettivo di evitare un’interpretazione troppo solenne o astratta e restituire soprattutto la dimensione adolescenziale di Carlo.

Per Carrino era importante mostrare prima di tutto il ragazzo: quello che andava a scuola, usciva con gli amici, giocava a pallone, utilizzava il computer e viveva la propria fede senza rinunciare alla normalità della sua età.

La trasformazione fisica

Anche l’aspetto fisico ha avuto un ruolo importante. Carrino presenta già una certa somiglianza con il giovane Carlo, ma trucco, parrucco e costumi sono serviti ad accentuarla.

L’attore è stato trasformato anche attraverso l’acconciatura, con i capelli resi più ricci per avvicinarsi all’immagine di Acutis. Particolarmente significativo è stato il momento in cui ha indossato gli abiti caratteristici del giovane, compresa la polo rossa diventata una delle immagini più riconoscibili di Carlo. La somiglianza colpì anche le persone che lavoravano sul set e lo stesso Campiotti.

Ma la vera trasformazione non passava soltanto dallo specchio. Carrino ha dovuto lavorare sul modo di muoversi e di stare in scena, cercando di far emergere la spontaneità di un adolescente che non poteva essere interpretato semplicemente come una figura religiosa.

La scena della morte

Tra le sequenze più difficili c’è stata quella della morte di Carlo. La scena è stata girata in un vero ospedale, all’interno di un reparto di terapia intensiva. Per l’attore significava rappresentare una morte mentre, intorno alla troupe, c’erano pazienti realmente ricoverati.

Il contesto ha reso il momento particolarmente intenso e ha imposto alla lavorazione un’atmosfera di grande rispetto e silenzio.

La difficoltà era anche emotiva: Carrino non doveva semplicemente rappresentare la malattia, ma dare un senso al passaggio finale di un personaggio che il pubblico conosce già nella sua dimensione di santo.

Dal ragazzo dai pantaloni rosa al santo di Internet

Per Samuele Carrino, Carlo Acutis arriva inoltre dopo un altro ruolo ispirato a una storia vera: quello di Andrea Spezzacatena in Il ragazzo dai pantaloni rosa.

Due adolescenti molto diversi, ma legati da un curioso elemento comune: Internet. Nel film su Andrea, la rete rappresenta soprattutto il lato oscuro del mondo digitale, quello del cyberbullismo e delle conseguenze che può avere sulle vite dei ragazzi. La storia di Carlo mostra invece la possibilità di utilizzare lo stesso strumento per comunicare, creare e diffondere un messaggio positivo.

È anche attraverso questa contrapposizione che Carrino ha affrontato il nuovo ruolo. Non limitandosi a imitare Carlo Acutis, ma cercando di restituire sullo schermo il ragazzo che si trovava dietro l’immagine del santo: un adolescente milanese con la passione per il computer, gli amici, lo sport e la musica, profondamente legato alla propria famiglia e ad Assisi, capace di vivere la propria fede attraverso la stessa normalità della vita quotidiana.

Ed è proprio questa normalità a rendere particolare il lavoro di Samuele Carrino: per raccontare un santo, ha dovuto innanzitutto ricordare al pubblico chi era Carlo prima di diventarlo.

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