Anche chi non ha mai seguito un episodio intero de La casa nella prateria conosce la sigla, i caratteristici cappellini e l’immagine di una famiglia Ingalls alle prese con una vita apparentemente semplice e idilliaca nella frontiera americana degli anni Settanta dell’Ottocento.
Netflix ha recentemente riportato sullo schermo la storia, liberamente ispirata ai libri di Laura Ingalls Wilder. La prima stagione del reboot prende spunto dal terzo libro di Wilder e racconta il trasferimento degli Ingalls nei pressi di Independence. Insieme al cane Jack, la famiglia deve affrontare le difficoltà della vita nella prateria: lupi, malattie, freddo e condizioni ambientali estreme. Sullo sfondo ci sono anche le tensioni con gli Osage, la popolazione indigena che vede i propri territori invasi dai coloni.
Secondo la showrunner Rebecca Sonnenshine, il cuore della nuova serie è il desiderio delle persone di decidere chi vogliono essere e di cercare una vita migliore. Un tema che si lega alla possibilità di reinventarsi e ricominciare.
Ma quanto c’è di vero nella storia raccontata da La casa nella prateria? Molto meno di quanto si potrebbe pensare. Wilder scriveva infatti per un pubblico di bambini e ammorbidì molti degli aspetti più drammatici e inquietanti della propria esperienza.
Chi era Laura Ingalls Wilder?
Laura Ingalls Wilder nacque il 7 febbraio 1867 in una capanna di tronchi vicino a Pepin, nel Wisconsin. Era la seconda di cinque figli di Charles e Caroline Ingalls.
La sua infanzia fu segnata da continui trasferimenti attraverso Wisconsin, Kansas, Minnesota, Iowa e Dakota Territory. La famiglia si spostava alla ricerca di nuove terre, lavoro e opportunità, affrontando fallimenti nei raccolti, incendi della prateria, bufere di neve e perfino una devastante invasione di cavallette che distrusse completamente il raccolto.
A 22 anni Laura sposò Almanzo Wilder, un agricoltore di dieci anni più grande. I due si stabilirono infine a Mansfield, nel Missouri, nella fattoria Rocky Ridge. Anche la loro vita matrimoniale fu tutt’altro che semplice: persero la prima casa in un incendio, accumularono debiti ed entrambi contrassero la difterite, che lasciò Almanzo parzialmente paralizzato.
Fu soltanto intorno ai sessant’anni che Laura iniziò a raccontare la propria infanzia, incoraggiata dalla figlia Rose Wilder Lane, giornalista e scrittrice. Little House in the Big Woods, il primo di quelli che sarebbero diventati nove libri, uscì nel 1932.
Wilder morì nel 1957, a 90 anni, dopo aver visto le sue opere trasformarsi in classici della letteratura per ragazzi. La sua versione dell’infanzia, però, era molto più addolcita rispetto alla realtà.
La verità senza filtri
Più avanti nella vita, dopo che la crisi finanziaria del 1929 aveva praticamente spazzato via le risorse economiche della famiglia Wilder, Laura scrisse Pioneer Girl, un vero memoir della sua vita, anche con la speranza di ricavarne del denaro.
Il manoscritto fu inizialmente respinto dagli editori. Fu la figlia Rose a spingerla a trasformare il materiale in narrativa per ragazzi e a intervenire pesantemente sui testi. Per questo, ancora oggi, gli studiosi discutono su quanto della voce attribuita a Laura nei libri sia effettivamente sua.
Il materiale originale conteneva episodi decisamente più oscuri.
A Burr Oak, per esempio, Wilder raccontò di un uomo talmente ubriaco di whisky che, accendendo un fiammifero per fumare un sigaro, prese fuoco attraverso il respiro e morì avvolto dalle fiamme. In un altro episodio descrisse un negoziante che trascinava la moglie per i capelli e cospargeva di cherosene il pavimento della loro casa, dandogli fuoco.
Wilder raccontò anche le difficoltà e le tragedie affrontate dalle donne nella società dei pionieri. In un memoir pubblicato postumo descrisse il proprio orrore quando alcuni vicini senza figli, i Boast, arrivarono a offrirle il loro cavallo migliore in cambio della figlia Rose.
Charles Ingalls: un padre meno perfetto
Anche il vero Charles Ingalls era molto diverso dal padre quasi eroico rappresentato nei libri. La biografa Caroline Fraser lo ha descritto come un uomo alle prese con debiti, difficoltà economiche e una certa inquietudine.
In un episodio, Laura raccontò che il padre portò via la famiglia nel cuore della notte dopo non essere riuscito a trovare un accordo sull’affitto con il proprietario della casa, definendolo un ricco avaro.
Questo non significa che Charles fosse una cattiva persona. Secondo la stessa Laura era affettuoso con la famiglia, divertente e dotato di grande talento musicale. Semplicemente, era un uomo irrequieto, sempre alla ricerca di una nuova possibilità.
I Bloody Benders?
Wilder raccontò anche una storia poi rivelatasi falsa: durante un discorso nel 1937 sostenne che il padre avesse partecipato alla caccia ai Bloody Benders, una famiglia di serial killer realmente esistita nelle Grandi Pianure.
I Benders erano dunque reali, ma non lo era il coinvolgimento di Charles Ingalls nella loro cattura. L’episodio è particolarmente significativo perché Wilder continuò a sostenere che i suoi libri, pur pubblicati come romanzi, fossero “tutti veri”.
Terre rubate e nativi americani
Uno degli aspetti più problematici della storia riguarda il trasferimento degli Ingalls in Kansas quando Laura aveva appena due anni. La famiglia si stabilì infatti su una terra che non avrebbe dovuto occupare: la loro casa vicino a Independence si trovava all’interno della riserva ridotta degli Osage, territorio che i trattati avevano destinato alla popolazione indigena.
Gli Osage, già vittime di numerosi accordi infranti, erano furiosi per l’arrivo dei coloni. La situazione era talmente tesa che gli Ingalls vivevano nel timore di possibili violenze.
Il massacro temuto non avvenne, ma nel 1870 gli Osage furono costretti ad abbandonare ciò che restava delle loro terre. Anche gli Ingalls lasciarono la zona, ufficialmente per il timore di essere sfrattati. Wilder avrebbe però successivamente ammesso che la ragione era molto più prosaica: Charles doveva tornare in Wisconsin per recuperare una proprietà che il precedente acquirente non aveva pagato.
Wilder era razzista?
Il linguaggio utilizzato da Wilder nei suoi romanzi è stato criticato per la presenza di elementi razzisti. La stessa autrice riconobbe almeno in parte il problema e modificò una frase di Little House on the Prairie che inizialmente affermava che il Kansas non avesse “persone, solo indiani”. La frase fu successivamente cambiata in “nessun colono, solo indiani”.
Anche la rappresentazione dei nativi americani nei libri è molto limitata. Secondo il politologo Noah Stengl, in tutti gli otto romanzi compaiono soltanto due personaggi nativi con un ruolo parlante: Big Jerry, definito “mezzosangue”, che aiuta due volte gli Ingalls, e un uomo indigeno senza nome che li avverte dell’arrivo di un inverno particolarmente rigido.
La questione resta controversa. Alcuni membri della nazione Osage continuano a criticare l’opera di Wilder, mentre altri studiosi sottolineano come l’autrice fosse consapevole, almeno in parte, dell’ingiustizia subita dai nativi americani.
Wilder avrebbe guardato Netflix?
C’è una curiosa ironia nel fatto che Laura Ingalls Wilder non possedette mai un televisore. Quando la serie che avrebbe contribuito a definire l’immaginario americano della frontiera arrivò sul piccolo schermo, lei e la figlia Rose erano già morte e i diritti delle sue opere appartenevano a un uomo che non aveva mai conosciuto nessuna delle due.
L’unico adattamento della sua opera che Wilder riuscì a vedere fu una versione radiofonica de The Long Winter, realizzata nel 1951, che secondo quanto riportato non apprezzò particolarmente.
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