Charlie’s Angels, 10 lezioni femministe dall’iconica serie anni ’70

«Once upon a time, there were three little girls…». Cinquant’anni fa quella frase diventava una delle aperture più riconoscibili della televisione americana. Il 22 settembre 1976 debuttava su ABC Charlie’s Angels, la serie creata da Ivan Goff e Ben Roberts e prodotta da Aaron Spelling e Leonard Goldberg. Cinque stagioni, 115 episodi e una rivoluzione pop che avrebbe trasformato Kate Jackson, Farrah Fawcett e Jaclyn Smith in tre icone assolute degli anni Settanta.

A mezzo secolo di distanza, però, Charlie’s Angels non è soltanto capelli vaporosi, pantaloni a zampa, bikini, automobili decappottabili e outfit destinati a diventare leggenda. È anche una serie che, con tutti i suoi limiti, ha portato sul piccolo schermo un’idea allora tutt’altro che scontata: tre donne potevano essere le protagoniste di un action crime, avere un lavoro, prendere decisioni, affrontare criminali e cavarsela da sole.

Tre donne, un’agenzia e nessun principe azzurro

Sabrina Duncan, Jill Munroe e Kelly Garrett lavorano per un’agenzia investigativa privata di Los Angeles. Il loro capo, il misterioso Charlie Townsend, non si vede praticamente mai: John Forsythe ne presta soltanto la voce, trasmessa attraverso un altoparlante. Gli Angeli ricevono gli incarichi, indagano e scendono in campo; John Bosley, interpretato da David Doyle, è il loro intermediario e collaboratore.

Ed è già qui una delle piccole rivoluzioni della serie. Nel 1976 la televisione americana era ancora piena di uomini detective, poliziotti, investigatori e professionisti dell’azione. Charlie’s Angels trasformava invece tre donne nei motori della storia.

Non erano mogli, fidanzate o assistenti di qualcuno. Avevano una professione.

E soprattutto non dovevano scegliere tra femminilità e competenza: potevano essere bellissime, vestirsi in modo appariscente, flirtare quando serviva a un’indagine e contemporaneamente tirare pugni, guidare automobili, raccogliere prove e smascherare criminali.

1. La prima lezione: una donna può occupare qualsiasi ruolo

La premessa stessa della serie era quasi sovversiva per l’epoca. Le tre protagoniste erano ex poliziotte il cui talento non veniva adeguatamente utilizzato e che Charlie reclutava per lavorare come investigatrici private.

Il concetto era semplice: non importa quale ruolo la società abbia assegnato a una donna, conta quello che sa fare.

La serie arrivava dopo Police Woman, altro titolo fondamentale per la rappresentazione femminile in televisione, ma spingeva ancora più in là la formula, mettendo insieme tre protagoniste invece di una sola.

Ed è forse questa una delle ragioni per cui gli Angeli hanno resistito nell’immaginario collettivo: non c’era una sola «donna forte». Ce n’erano tre.

2. La forza del gruppo viene prima dell’eroina solitaria

Un’altra lezione sorprendentemente moderna è la centralità della collaborazione femminile.

Sabrina, Jill e Kelly non sono costruite come rivali che devono contendersi il centro della scena. Lavorano insieme, si aiutano, si coprono le spalle e condividono informazioni.

È una dinamica importante perché ribalta uno stereotipo molto antico: quello secondo cui le donne sarebbero naturalmente competitive tra loro.

In Charlie’s Angels, invece, la squadra è il vero superpotere.

E quando le attrici cambiano, la formula sopravvive proprio perché non dipende da una singola donna. Dopo l’uscita di Farrah Fawcett entra Cheryl Ladd nei panni di Kris Munroe; dopo Kate Jackson arriva Shelley Hack, poi Tanya Roberts interpreta Julie Rogers. Soltanto Jaclyn Smith, nei panni di Kelly Garrett, rimane per tutte e cinque le stagioni.

3. La femminilità non è l’opposto dell’autonomia

Qui arriva il grande paradosso di Charlie’s Angels.

La serie fu spesso accusata di essere semplice «jiggle television», un’espressione utilizzata per indicare una televisione che puntava fortemente sul corpo e sul sex appeal delle protagoniste. La Television Academy ricorda proprio questa lettura critica della serie.

Ma è possibile leggere la questione anche da un’altra prospettiva.

Gli Angeli non devono diventare «meno femminili» per essere competenti. Non devono rinunciare alla moda, alla sensualità o al glamour per dimostrare di essere brave nel loro lavoro.

La lezione, almeno potenzialmente, è questa: la professionalità non dovrebbe dipendere dall’aspetto di una donna, ma nemmeno imporle di rinunciare alla propria femminilità per essere presa sul serio.

Naturalmente, il problema nasce quando il corpo diventa più importante del personaggio. Ed è proprio questa ambivalenza a rendere Charlie’s Angels un prodotto perfettamente figlio degli anni Settanta e, allo stesso tempo, interessante da rileggere oggi.

4. Non esiste un solo modo di essere una donna forte

Sabrina, Jill e Kelly non sono intercambiabili.

Hanno personalità, stili e modi differenti di affrontare il lavoro. La serie introduce inoltre nuove protagoniste nel corso degli anni, senza pretendere che tutte debbano avere la stessa personalità o lo stesso modello di femminilità.

È una lezione che oggi appare quasi ovvia, ma che allora aveva un peso diverso: l’emancipazione non richiede un modello femminile unico.

Una donna può essere razionale, ironica, seducente, sportiva, elegante, impulsiva o prudente. Può essere tutte queste cose insieme.

5. Il capo che non si vede: il paradosso di Charlie

E poi c’è Charlie.

Il personaggio più importante dell’universo narrativo è anche quello che non vediamo mai. È un uomo ricco che assegna gli incarichi alle sue dipendenti attraverso un telefono-altoparlante.

Da una prospettiva contemporanea è impossibile non notare il paradosso: le donne sono protagoniste dell’azione, ma l’organizzazione per cui lavorano appartiene a un uomo.

Eppure c’è anche un elemento curioso: Charlie non entra fisicamente nella scena per rubare alle donne il ruolo di eroine.

Sono loro a indagare. Sono loro a travestirsi. Sono loro a combattere. Sono loro a risolvere il caso.

La serie non è quindi un manifesto femminista nel senso contemporaneo del termine. È qualcosa di più ambiguo e, proprio per questo, più interessante: un prodotto commerciale degli anni Settanta che inserisce dentro una struttura tradizionale immagini di autonomia femminile allora ancora relativamente insolite.

6. Il lavoro prima del matrimonio

Un’altra piccola rivoluzione sta nel fatto che la vita professionale delle protagoniste non viene raccontata come un semplice intermezzo in attesa del «vero» destino: matrimonio, famiglia, marito.

Il loro lavoro è il centro della serie.

Gli Angeli hanno competenze, incarichi, responsabilità e una vita professionale. Non devono essere definite dalla relazione con un uomo per avere una funzione narrativa.

E questo è forse uno degli aspetti più importanti della loro eredità televisiva.

7. Anche l’immagine può diventare potere

Gli Angeli sono diventati icone fashion quasi quanto personaggi d’azione. Capelli, costumi, pantaloni a zampa, stivali, bikini e look da discoteca hanno contribuito a trasformare la serie in un fenomeno pop.

Ma c’è un dettaglio interessante: spesso l’abbigliamento sexy non è soltanto decorazione. È anche uno strumento del mestiere.

Le protagoniste si travestono, assumono identità diverse, utilizzano il proprio aspetto durante le indagini e trasformano gli stereotipi in strumenti narrativi.

La sensualità, insomma, può essere contemporaneamente una gabbia e un’arma.

Ed è proprio questa ambivalenza che rende impossibile liquidare Charlie’s Angels semplicemente come «televisione sessista» o, al contrario, come puro manifesto di emancipazione.

8. Essere competenti non significa essere perfette

Una delle cose più interessanti di Charlie’s Angels è che le protagoniste non vengono presentate come donne infallibili. Possono sbagliare, trovarsi in difficoltà, avere paura e dover cambiare strategia. La loro forza non nasce quindi dall’essere invulnerabili, ma dalla capacità di reagire.

È una distinzione importante: l’emancipazione non significa dover essere sempre impeccabili. Anche una donna può commettere errori, chiedere aiuto e continuare a essere perfettamente competente nel proprio lavoro.

9. Il corpo femminile non deve impedire l’azione

Prima ancora che i supereroi al femminile diventassero una presenza abituale, Charlie’s Angels mostrava donne che correvano, guidavano, combattevano, si arrampicavano, inseguivano criminali e affrontavano situazioni pericolose.

Il loro corpo non era rappresentato soltanto come qualcosa da guardare: era anche uno strumento attraverso cui agire.

Certo, la serie utilizzava abbondantemente il sex appeal delle protagoniste e questo aspetto è stato spesso oggetto di critiche. Ma proprio questa contraddizione permette una rilettura interessante: essere sensuali non significa necessariamente essere passive. Gli Angeli possono essere guardati, ma sono soprattutto loro a guardare, osservare, indagare e prendere l’iniziativa.

10. Una donna non deve chiedere il permesso per essere protagonista

Forse la lezione più semplice è anche quella che ha lasciato l’impronta più duratura. In Charlie’s Angels le donne non sono «la spalla» dell’eroe maschile: sono l’eroe.

La storia parte da loro, procede attraverso le loro indagini e si risolve grazie alle loro capacità. Persino quando entrano in scena uomini importanti, la prospettiva rimane sostanzialmente quella degli Angeli.

Ed è una conquista narrativa tutt’altro che banale: per raccontare una storia di azione al femminile non serve necessariamente trasformare le protagoniste in versioni femminili di personaggi maschili. Possono essere semplicemente loro stesse.

Cinquant’anni dopo, il dibattito è ancora aperto

La cosa più interessante è che Charlie’s Angels continua a funzionare proprio perché contiene entrambe le anime.

Da una parte c’è una televisione che insiste moltissimo sull’aspetto fisico delle sue protagoniste. Dall’altra ci sono tre donne che, episodio dopo episodio, occupano uno spazio professionale tradizionalmente maschile.

La serie fu un enorme successo: la prima stagione arrivò al quinto posto nella classifica Nielsen e anche la seconda rimase nella Top 10. Poi gli ascolti iniziarono a scendere, fino alla cancellazione nel 1981 dopo 115 episodi.

Ma la sua vita non finì con l’ultimo episodio. Arrivarono la syndication, il merchandising, i film del 2000 e del 2003, il reboot televisivo del 2011 e il film del 2019. L’universo degli Angeli continuò così a cambiare volto, generazione dopo generazione.

E per celebrare il mezzo secolo, Kate Jackson, Jaclyn Smith e Cheryl Ladd sono tornate insieme al PaleyFest di Los Angeles il 6 aprile 2026, cinquant’anni dopo l’esordio della serie.

Forse è proprio questo il vero lascito di Charlie’s Angels: non aver inventato la donna indipendente, ma averla trasformata in un’icona pop.

Perché Sabrina, Jill, Kelly e tutte le Angeli arrivate dopo di loro non aspettavano che qualcuno aprisse loro la porta. Entravano, prendevano il caso e si mettevano al lavoro. Con un telefono in mano, un paio di stivali ai piedi e, naturalmente, una quantità spropositata di capelli.

Leggi anche:

Lascia un commento