Il nome Frankenstein potrebbe non evocare immediatamente immagini di abiti in crinolina con motivi malachite o veli lunghi rosso carminio, eppure il lavoro del Premio Oscar Kate Hawley, la costumista dietro la versione Netflix del classico di Mary Shelley, cambia radicalmente questa percezione. Chiamata da Guillermo del Toro per realizzare la sua visione operistica, Hawley ha affrontato una sfida complessa: reinterpretare il periodo vittoriano evitando i clichè stilistici classici e puntando su grandiosità, colore e pattern.
Il film vincitore di 3 Premi Oscar (costumi, scenografia, trucco e acconciatura), basato sul romanzo del 1818, porta sullo schermo Oscar Isaac nel ruolo di Victor Frankenstein, un chirurgo determinato a creare vita, e Mia Goth nei panni di Elizabeth, la fidanzata del fratello minore di Victor, la cui presenza scenica viene accentuata da abiti lussuosi e sfumature gioiello. La Creatura, interpretata da Jacob Elordi, veste abiti che rispecchiano il suo percorso di apprendimento e crescita come essere umano, spostandosi da bende da campo di battaglia a capi più nobili e strutturati.
Lavorare con Guillermo del Toro
La costumista neozelandese e il filmaker messicano si sono incontrati tramite Peter Jackson. La loro collaborazione si fonda su una comune passione per il teatro, la letteratura e la narrazione visiva. Hawley, cresciuta tra opere e arte, ha potuto unire il proprio background creativo con la visione cinematografica del regista, che aveva già sviluppato note, schizzi e dettagli per anni prima di iniziare la produzione.
Del Toro possiede un approccio molto strutturato ma flessibile: conosce la direzione visiva generale e i dettagli, ma lascia spazio alla creatività della sua squadra. Hawley definisce questa collaborazione come una delle esperienze più gratificanti della sua carriera, sottolineando come lavorare con un regista visionario permetta di costruire un mondo coerente e immersivo, in cui ogni elemento visivo contribuisce alla narrazione.
Identità visiva e uso del colore
Uno degli aspetti più innovativi dei costumi è l’uso del colore. In Frankenstein, ogni tonalità è pensata in modo deliberato per raccontare la storia dei personaggi. Hawley e del Toro hanno esplorato pattern e colori insieme, per ottenere un effetto visivo che riflettesse la psicologia e il percorso dei protagonisti.
Claire, madre di Victor, è associata a un rosso carminio che attraversa tutto il film: dalle sue mani macchiate di sangue ai guanti di Victor, fino ai fiori sulla sua bara e al rosario di Elizabeth. Questo filo conduttore cromatico permette al pubblico di percepire la continuità narrativa e il linguaggio visivo del film, creando un senso di armonia e coerenza nella scenografia e nei costumi.
Partnership con Tiffany & Co.
Il rosario di Elizabeth è un esempio chiave della collaborazione tra Hawley e Tiffany & Co.. Hawley ha esplorato l’archivio Tiffany per combinare elementi storici e moderni, creando un gioiello unico in carnelian red, il rosso preferito di del Toro. Questo oggetto sintetizza la filosofia del film: la fusione tra natura, religione e simbolismo del sangue, catturando l’essenza dei personaggi e dell’universo visivo creato dal regista.
La collaborazione non è stata percepita come corporativa, ma come un’esperienza creativa autentica, in cui la stilista ha potuto sfruttare la ricchezza storica dell’archivio per arricchire la narrazione visiva e il costume design.
La sfida dei costumi vittoriani e la creazione del look di Elizabeth
Del Toro ha voluto aggiornare il contesto storico, ambientando la storia negli anni 1850, anziché nel XVIII secolo o nel periodo dell’Illuminismo, conferendo al film una sensibilità più moderna. La scelta di Hawley è stata quella di evitare stereotipi vittoriani oscuri e di creare abiti che riflettessero la narrazione fiabesca e operistica del film.
L’abito da sposa di Elizabeth, realizzato con sei strati di organza trasparente, simula una “pelle sventrata” che diventa evidente quando entra in contatto con il sangue, trasformando il costume in una sorta di anatomia visiva. Questo approccio unisce simbolismo, estetica e funzionalità, rendendo il costume un elemento narrativo oltre che scenografico.
Il processo e le difficoltà
La scena del sangue ha richiesto la creazione di nove versioni dell’abito: modelli per manichini, stunt, e persino bambole giganti. Ogni strato era studiato per creare l’effetto desiderato, utilizzando seta di densità speciale per leggerezza e trasparenza, enfatizzando l’impatto visivo della scena.
Questo lavoro dimostra l’attenzione maniacale al dettaglio tipica di del Toro, dove ogni costume diventa un elemento vivo del mondo del film, capace di raccontare il percorso del personaggio e la sua psicologia senza parole.
La Creatura e il suo guardaroba
La Creatura non è concepito come un mostro nel senso classico, ma come una forma perfetta creata da Victor, un’opera artistica vivente. I vestiti riflettono la sua evoluzione: inizialmente indossa bende simili a quelle da campo di battaglia, evocando il Cristo, poi recupera abiti dai soldati caduti, che diventano un secondo strato di pelle e memoria, come se il costume conservasse le storie dei corpi precedenti.
Quando il Creature arriva al mulino e sperimenta amore e calore, il suo guardaroba diventa più nobile e strutturato, riflettendo la sua crescita emotiva e fisica. L’uso dei costumi permette quindi di sottolineare la dualità tra Victor e il Creature, fungendo da specchio e contrasto tra creatore e creatura.
Visione e collaborazione
Hawley descrive la fortuna di lavorare con un regista visionario, capace di avere in mente ogni dettaglio ma aperto a nuove idee e aggiustamenti. La partnership ha portato alla creazione di un mondo coerente e immersivo, dove i costumi, il colore e i pattern diventano un linguaggio narrativo autonomo. Ogni elemento visivo è parte integrante della storia, dall’uso dei materiali alle sfumature cromatiche, fino ai riferimenti simbolici nei gioielli e negli abiti.
La combinazione di ricerca storica, archivi Tiffany e immaginazione visionaria di del Toro ha permesso a Hawley di costruire un universo coerente, capace di trasportare il pubblico in un mondo fiabesco, gotico e operistico, lontano dai clichè vittoriani, ma profondamente radicato nella narrazione del romanzo originale.
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