Il cinema celebra 70 anni di pandemia aliena con L’invasione degli ultracorpi. Molto più di un semplice film di fantascienza: è un’opera fondamentale del cinema americano del dopoguerra, capace di trasformare l’orrore extraterrestre in una potente metafora sociale. Diretto da Don Siegel e prodotto da Walter Wanger, è interpretato da Kevin McCarthy e Dana Wynter ed è oggi considerato uno dei capisaldi del genere.
Girato in bianco e nero e presentato nel formato Superscope 2.00:1, l’opera adotta uno stile visivo fortemente influenzato dal film noir, con un uso espressivo delle ombre, delle inquadrature oblique e di un’atmosfera costante di sospetto e paranoia. La sceneggiatura, firmata da Daniel Mainwaring, è l’adattamento del romanzo sci-fi del 1954 di Jack Finney, pubblicato originariamente sulla rivista Collier’s.
Una minaccia silenziosa
La storia è ambientata nella tranquilla cittadina californiana di Santa Mira, dove iniziano a verificarsi eventi inquietanti ma apparentemente inspiegabili. Alcuni abitanti sostengono che amici e parenti “non siano più loro stessi”. Dietro questa sensazione di estraneità si cela una terrificante verità: spore aliene, cadute dallo spazio, si sono trasformate in grandi baccelli vegetali in grado di generare copie perfettamente identiche degli esseri umani.
Quando una persona dorme accanto a uno di questi baccelli, viene lentamente duplicata. Il duplicato conserva aspetto fisico, ricordi e comportamento dell’originale, ma è privo di emozioni, empatia e individualità. A scoprire gradualmente l’invasione è un medico locale, che tenta disperatamente di fermare la diffusione di questi sostituti prima che l’intera comunità venga assimilata.
Allegoria e contesto storico
Uno degli aspetti più affascinanti de L’invasione degli ultracorpi è la sua lettura simbolica. Il fanta-horror è spesso interpretato come una metafora delle paure dell’America degli anni Cinquanta: dal maccartismo al timore del conformismo sociale, fino all’angoscia della Guerra Fredda e della perdita dell’identità individuale. L’orrore non deriva tanto dai mostri, quanto dall’idea che il nemico possa essere chiunque — un vicino, un collega, persino una persona amata.
Non a caso, proprio da questo memorabile cult nasce l’espressione gergale “pod people”, entrata nel linguaggio comune statunitense per indicare individui freddi, conformisti e privi di umanità.
Un’eredità duratura
Realizzato con un budget di circa 416.000 dollari, il film ottenne un grande successo commerciale, incassando circa 3 milioni di dollari. Distribuito dalla Allied Artists Pictures, spesso come doppio lungometraggio, L’invasione degli ultracorpi ha influenzato profondamente il cinema successivo, generando tre remake, Terrore dallo spazio profondo (1978), Ultracorpi – L’invasione continua (1993) e Invasion (2007).
A distanza di decenni, il film di Don Siegel continua a essere sorprendentemente attuale. La sua riflessione sull’identità, sulla paura dell’altro e sulla perdita dell’emotività umana risuona ancora oggi, rendendolo non solo un classico della fantascienza, ma un’opera universale sul timore di smettere di essere davvero umani.
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