Il romanzo It di Stephen King è considerato una delle sue opere più spaventose grazie alla figura iconica di Pennywise. La miniserie tv del 1990 di Tommy Lee Wallace, però, viene spesso sopravvalutata. Infatti, è così radicata nella cultura pop che molti considerano il film di Andy Muschietti un remake. In realtà la miniserie, andata in onda in due parti, è un adattamento debole e melodrammatico, rilevante solo grazie al potente materiale di partenza. La storia di un gruppo di amici emarginati che affrontano uno spirito maligno annidato sotto Derry, la loro città natale, non si limita a sfruttare la paura innata che molti provano per i clown — mettendo in evidenza la minaccia che può celarsi dietro un sorriso truccato — ma esplora anche le paure più profonde dell’infanzia, mostrando come possano riaffiorare anche in età adulta. La miniserie, però, viene spesso sopravvalutata e definita un classico dell’horror. Infatti, è così radicata nella cultura pop che molti considerano il film di Andy Muschietti un remake. In realtà l’adattamento tv, andato in onda in due parti, è debole e melodrammatico, rilevante solo grazie al potente materiale di partenza.
C’è una parte del film che davvero funziona: Tim Curry nel naso rosso e nei denti aguzzi di Pennywise (ovviamente). Qui abbiamo un attore affermato che sceglie di concedersi al piccolo schermo ben due decenni prima che la tv diventasse un vero competitor del cinema, e il suo talento si vede. Soprattutto nella prima metà, il suo sorriso maniacale e i movimenti sfasati sono autenticamente disturbanti; l’intero concetto del “galleggiare” non sarebbe diventato così iconico senza di lui. Certo, una parte della minaccia viene dal trucco, ma la sua resta comunque un’interpretazione magnetica — e, dato che è un clown, anche le derive camp risultano parzialmente scusabili. Quando però Curry non è in scena, il film perde qualsiasi sensazione di pericolo reale.
Il problema più grande, tuttavia, è il finale. La produzione prende troppo alla lettera il romanzo, riproducendo la vera forma di It — uno gigantesco ragno malvagio — con effetti visivi goffi e datati (che persino Curry detestava). Un clown truccato può fare paura anche con un budget televisivo; un mostro interdimensionale no.
Ed è proprio questo il nodo centrale di IT: è un prodotto evidentemente economico. È normale che tutto sembri statico, trattandosi di una miniserie del 1990, ma l’effetto complessivo rimane piuttosto povero.
Eppure IT ha segnato un’intera generazione. Pur pensata per un pubblico adulto, la prima parte — incentrata sui bambini — l’ha resa più accessibile ai più giovani rispetto all’horror tradizionale, sia all’epoca che negli anni successivi. E si può scommettere che i limiti di regia e di struttura vengano facilmente dimenticati quando riaffiora il ricordo di quei primi, intensi spaventi vissuti con occhi inesperti. Per molti, è stata una delle prime esperienze horror, e quella generazione oggi occupa un ruolo centrale nel racconto culturale contemporaneo. L’impatto formativo di Pennywise che afferra Georgie o che spunta dallo scarico della doccia supera qualsiasi difetto del prodotto.










ma infatti dobbiamo contestualizzarla agli anni e al budget televisivo, ed è invecchiata benissimo; inoltre, a differenza dei film, la miniserie puntella molto sull’atmosfera malsana e mentale, rendendo quasi pazzi i protagonisti nelle loro insicurezze
come si dice sempre, l’orrore della serie vs il terrore (effimero) dei film
PS: il finale di it capitolo 2 è anche peggio, cmq
Assolutamente, sono d’accordo con te! 😄 La serie me la ricordo a memoria, i due film, invece cancellati.