Morte a Venezia, tra a arte e desiderio

Nel 1971 usciva in sala Morte a Venezia. Il film racconta la storia di un uomo di mezza età ossessionato dalla bellezza efebica di un adolescente polacco, tratto dalla novella di Thomas Mann. Un’opera lenta, precisa e magnifica, diretta da un maestro come Luchino Visconti.

Il grande regista esplora territori inediti rispetto alla novella originale. Il protagonista è un compositore, Gustav Aschenbach (interpretato da Dirk Bogarde), alter ego di Gustav Mahler, che giunge al Lido per ristabilirsi fisicamente e spiritualmente dopo malattia e fallimenti. La sua brama per il giovane Tadzio (il 14enne Björn Andrésen) simboleggia ciò che in lui rimane irraggiungibile. Le immagini, tra le più elaborate della carriera di Visconti, sostituiscono i dialoghi interiori di Mann: l’arrivo all’Hotel des Bains, il primo incontro con il ragazzo, la scoperta dell’epidemia di colera e i tentativi di ritrovare sé stesso sono girati con minuzia estetica e recitativa.

A prima vista potrebbe sembrare una storia d’amore, ma in realtà è ben lontano da questo. Alcuni critici accusano il film di enfatizzare l’aspetto omosessuale, che nel romanzo rimane appena accennato: Mann si concentra soprattutto sul declino dell’artista, non sull’amore per il fanciullo. Il protagonista “si innamora” del suo ideale. Per lui, Tadzio rappresenta una fuga dalla realtà: è vecchio, malato, incapace di creare e sente di aver perso il senso della vita. Il giovane incarna la speranza che tutto questo possa essere invertito, che l’ispirazione possa tornare e riportare l’esistenza a un equilibrio desiderato. Guardando Tadzio, il protagonista ritrova la fede nell’esistenza di un ideale. E se esiste un ideale di bellezza, allora può esistere anche un ideale di arte.

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