Nel 1982, il Premio Oscar per la migliore colonna sonora originale fu assegnato a Vangelis Papathanassiou, celebre compositore greco scomparso nel 2022 e tra i più grandi autori di musica per il cinema, per le musiche di Chariots of Fire (Momenti di gloria), diretto l’anno precedente da Hugh Hudson.
Il regista scelse Vangelis dopo essere rimasto colpito dai suoi album Opéra Sauvage e China, e dopo aver già collaborato con lui negli anni Settanta alla realizzazione di musiche pubblicitarie. La colonna sonora, interamente costruita su sonorità elettroniche, segnò una svolta innovativa nel modo di comporre per il cinema: l’uso dei sintetizzatori come strumenti principali aprì nuove possibilità espressive e influenzò profondamente molti compositori negli anni successivi.
Il tema principale di Chariots of Fire è oggi universalmente riconoscibile: è entrato nell’immaginario collettivo, eseguito e reinterpretato in innumerevoli contesti. In particolare, è diventato un simbolo nel mondo dello sport: accompagna spesso la partenza di gare podistiche e, ancor più frequentemente, le cerimonie di premiazione, evocando ogni volta un senso di sfida, determinazione e trionfo. E non sorprende: Chariots of Fire è, dopotutto, un film sulla corsa.
Fu la trama a ispirare Vangelis a comporre la colonna sonora. “La sceneggiatura. I personaggi”, raccontò al The Guardian nel 2012, “La storia di questi corridori è piena di messaggi magnifici e profondi di cui abbiamo sempre avuto bisogno – messaggi che oggi sono ancora più necessari.”
Tuttavia, anche se tutti conoscono la musica, pochi sanno davvero di cosa parla questo iconico sport movie. E vale la pena soffermarsi un momento su questo, anche solo per l’unicità del titolo.
Se c’è una scena del film di Hudson più famosa delle altre, è sicuramente quella iniziale della corsa sulla spiaggia. Vediamo un gruppo di giovani, vestiti con costumi bianco neve che oggi ci appaiono un po’ antiquati, correre lungo la riva del mare. La macchina da presa mostra lentamente quasi ogni velocista, senza mettere in evidenza nessuno, così che non ci rendiamo conto che tra loro ci sono i protagonisti. I costumi sono d’epoca, anche la tecnica di corsa appare un po’ superata, ma la musica è l’elemento principale: suoni elettronici, dominati dal sintetizzatore (con il pianoforte a guidare il tema), quasi “cosmici”, apparentemente in contrasto con quell’epoca lontana. Tuttavia, ciò che è assolutamente universale e comprensibile è la straordinaria gioia e l’euforia sui volti dei velocisti. L’opera di Hudson è, prima di tutto, un film sulla gioia della corsa. Ma anche sul fatto che correre non significa solo correre.
Olimpiadi di Parigi, 1924
Il film racconta la storia di due atleti che si preparano per le Olimpiadi di Parigi del 1924: Harold Abrahams ed Eric Liddell. Abrahams era un ebreo inglese che cercava di superare l’antisemitismo che lo circondava attraverso la corsa. Liddell proveniva da una famiglia scozzese di missionari presbiteriani e, per lui, la corsa era in competizione con il servizio a Dio. Entrambi erano velocisti e avrebbero dovuto gareggiare nei 100 metri. Tuttavia, Liddell rinunciò quando scoprì che le batterie di qualificazione si sarebbero svolte di domenica, giorno che per lui era dedicato a Dio. Alla fine partecipò ai 400 metri e vinse. Per entrambi, la corsa era qualcosa di più: aveva un significato profondo, portava una gioia straordinaria, che la scena iniziale sulla spiaggia esprime perfettamente. “Se cerchi la verità devi avere coraggio”, affermò Vangelis. “La mia principale fonte di ispirazione è stata la storia stessa. Il resto l’ho fatto istintivamente, senza pensare ad altro, se non a esprimere i miei sentimenti con i mezzi tecnologici a disposizione all’epoca.”
Ma perché il film si chiama Chariots of Fire?
La spiegazione non riguarda direttamente il compositore, anche se vale la pena ricordare che prima di diventare un’icona della musica cinematografica, Vangelis fu fondatore e membro del gruppo Aphrodite’s Child, il cui lavoro più celebre – l’album 666 – è interamente basato su temi tratti dall’Apocalisse di San Giovanni. Questo elemento religioso non è quindi privo di significato.
Il principale indizio porta però a Hubert Parry, che nel 1916 compose l’inno And did those feet in ancient time (noto come Jerusalem), una sorta di canto solenne, religioso e patriottico che incoraggiava i soldati durante la Prima guerra mondiale. La canzone divenne rapidamente così popolare da essere considerata quasi un inno nazionale inglese. Ancora oggi viene cantata come qualcosa di più di una semplice canzone, sempre eseguita e ascoltata in piedi.
Tuttavia, le parole dell’inno di Parry sono molto più antiche. L’autore è uno dei più grandi poeti della lingua inglese, nonché straordinario filosofo e pittore: William Blake. L’inno è infatti tratto dall’introduzione del suo poema del 1804 Milton: A Poem. Come spesso accade in Blake, l’opera è ricca di metafore audaci e talvolta ambigue, tanto che gli studiosi ne discutono ancora oggi il significato preciso. In generale, però, si tratta di un invito all’azione. Compaiono dunque “archi d’oro fiammeggianti”, “frecce del desiderio” e, naturalmente, il “carro di fuoco” del titolo.
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