Blackstar: ranko le sette tracce dell’album-testamento di David Bowie, 10 anni dopo

David Bowie aveva sempre mostrato consapevolezza della mortalità. Dalla fine di Ziggy Stardust in poi, aveva seppellito personaggi e reinterpretato regolarmente My Death di Jacques Brel. La title track dell’album Reality del 2003 fu un segnale chiaro: «Ora la mia morte è più di una semplice canzone triste».

Dopo l’intervento chirurgico del 2004 per un’arteria ostruita, l’artista inglese si ritirò a lungo dalla scena pubblica, tornando solo nel 2013 con The Next Day. Quel disco, registrato con la sua band da tournée, segnò una rinascita artistica ma rimase volutamente in un territorio già noto.

Subito dopo, il Duca Bianco cambiò direzione collaborando nel 2014 con la big band jazz di Maria Schneider, dando vita a Sue (Or In A Season Of Crime) e ’Tis A Pity She Was A Whore, brani dal jazz libero e sperimentale, dalle atmosfere cupe e vicine allo stile di Scott Walker. Al centro di questo nuovo corso c’era un gruppo di musicisti guidato da Donny McCaslin, Mark Guiliana e Ben Monder, affiancati da Tim Lefebvre e Jason Lindner, la cui energia e capacità di fondere jazz e rock colpirono Bowie e Tony Visconti durante un concerto al 55 Bar di New York.

Tra gennaio e marzo 2015, il gruppo si riunì per tre sessioni ai Magic Shop Studios di New York per registrare quello che sarebbe diventato Blackstar. In quel periodo Bowie stava affrontando la chemioterapia per un cancro al fegato. I musicisti ne erano a conoscenza, ma lui appariva forte, determinato e di ottimo umore. Come era solito fare, David lasciò ampio spazio creativo alla band, incoraggiandola a seguire l’istinto senza inibizioni. Spesso cantava direttamente sulle riprese dal vivo, in un clima fortemente collaborativo.

Entrambi i lati del singolo del 2014 furono spogliati e reincisi per Blackstar, mentre Bowie e Visconti si ispiravano anche a To Pimp A Butterfly di Kendrick Lamar, colpiti dall’uso innovativo di musicisti jazz in un contesto pop contemporaneo. Durante le registrazioni, nessuno della band percepì chiaramente quanto i testi fossero intrisi di riferimenti alla morte imminente, come il celebre verso di Lazarus: “Look up here, I’m in heaven”. Molti demo contenevano solo mormorii e melodie abbozzate, e i musicisti reagivano più alle emozioni che alle parole.

Il risultato fu un album capace di tenere insieme rabbia e tenerezza, disperazione e gioia. Pur presentando groove potenti e ritmi spezzati, Blackstar è in gran parte composto da ballate intense ed elegiache, culminanti in Dollar Days e I Can’t Give Everything Away, un commiato al pubblico che richiama l’impatto emotivo di Rock’n’Roll Suicide. L’album è ricco di rimandi al passato di Bowie, ma rielaborati in una forma nuova e contemporanea.

Solo in fase finale divenne chiaro che le condizioni dell’iconico artista erano terminali. Uscito l’8 gennaio 2016, nel giorno del sessantanovesimo compleanno di Bowie, Blackstar fu seguito appena quarantotto ore dopo dalla notizia della sua morte. Col senno di poi, il 25esimo album del messia rock appare come un perfetto equilibrio tra oscurità e speranza: una celebrazione della vita e, allo stesso tempo, un addio consapevole, un’opera d’arte profonda che continua a parlare al cuore dell’umanità.

Classifico tutte le sette tracce di Balckstar, 10 anni dopo:

7. Dollar Days – (Traccia 6)

Ballata crepuscolare e introspettiva, attraversata da echi del passato di Bowie. Meno incisiva rispetto ad altri momenti del disco, contribuisce però a rafforzarne il tono elegiaco e riflessivo.

6. Sue (Or In a Season of Crime) – (Traccia 4)

Un esercizio di stile raffinato e nervoso, in cui jazz e rock si intrecciano in una tensione costante. La stratificazione strumentale e la drammaticità vocale fanno di Sue uno dei brani più complessi e dinamici dell’album.

5. ’Tis a Pity She Was a Whore – (Traccia 2)

Il momento più aggressivo e frenetico di Blackstar: un jazz-rock spigoloso, quasi caotico, che punta più sull’impatto ritmico che sulla melodia, risultando potente ma volutamente abrasivo.

4. I Can’t Give Everything Away – (Traccia 7)

Chiusura luminosa solo in apparenza, il brano nasconde un senso di malinconico commiato. Musicalmente più accessibile, acquista profondità emotiva se letto come l’ultimo saluto consapevole di Bowie al suo pubblico.

3. Blackstar – (Traccia 1)

Il fulcro artistico dell’album e uno dei momenti più audaci dell’intera carriera di Bowie. Strutturata come una suite in più movimenti, Blackstar mescola jazz obliquo, elettronica e simbolismo esoterico, imponendosi come un testamento sonoro enigmatico e visionario.

2. Girl Loves Me – (Traccia 5)

Ipnotica e notturna, si distingue per il groove ossessivo e per l’uso di un linguaggio criptico. È uno dei pezzi più vitali del disco, capace di coniugare sperimentazione e immediatezza con sorprendente efficacia.

  1. Lazarus – (Traccia 3)

Cupamente struggente, è la confessione più diretta e vulnerabile del disco. La voce di Bowie, fragile e intensa, si muove su un arrangiamento scarno e solenne, trasformando il brano in una meditazione sulla fine e sulla trascendenza.

Un pensiero su “Blackstar: ranko le sette tracce dell’album-testamento di David Bowie, 10 anni dopo

Lascia un commento