The Elephant Man, il mostro e l’anima nel classico di David Lynch

«La vita!… è piena di sorprese.» Nel 1980, David Lynch aveva alle spalle un solo film, l’allucinato e visionario Eraserhead (1977), già diventato un cult tra i cinefili più temerari. Nonostante la reputazione da regista radicale e indipendente, all’epoca ben pochi avevano visto la sua opera d’esordio, proiettata quasi esclusivamente nei circuiti dei midnight movies di New York, dove conquistò una piccola schiera di devoti e l’ammirazione di autori come John Waters e Stanley Kubrick.

Con The Elephant Man, Lynch fece un balzo impensabile: dal sottosuolo dell’avanguardia sperimentale ai fasti di Hollywood, senza rinunciare alla forza perturbante della sua visione. Ambientato nella cupa Londra vittoriana, il film è un racconto insieme toccante e inquietante, in equilibrio tra umanesimo e orrore. Pur adottando una struttura narrativa classica e una messa in scena elegante, l’opera prefigura quel surrealismo popolare e quella sensibilità onirica che diventeranno il marchio di fabbrica del regista negli anni successivi.

La pellicola racconta la vera storia di Joseph Merrick (ribattezzato “John” nel film), interpretato da un intenso John Hurt. Affetto da una rarissima malattia genetica, la neurofibromatosi, Merrick viveva esibendo il proprio corpo deformato nei circhi di freaks, finché non venne accolto dal chirurgo Frederick Treves (Anthony Hopkins), che gli offrì una casa, dignità e una tardiva carezza di umanità.

La sceneggiatura, scritta da Eric Bergen e Christopher De Vore, si basava sui testi The Elephant Man and Other Reminiscences di Sir Frederick Treves e The Elephant Man: A Study in Human Dignity di Ashley Montagu. Lynch la rielaborò profondamente, infondendovi la sua poetica fatta di compassione, mistero e terrore silenzioso.

Fu Anne Bancroft (che interpreta l’attrice shakespeariana Madge Kendal) a portare la sceneggiatura al marito Mel Brooks, all’epoca agli inizi della carriera di produttore. Il re della comicità rimase colpito, ma esitava a consegnare un film tanto delicato a un giovane sconosciuto. Tutto cambiò dopo la visione di Eraserhead: colpito dalla potenza visiva e dal rigore del film, decise di affidargli la regia. Per evitare che il pubblico associasse il progetto alle sue commedie, preferì però non comparire nei titoli di testa.

Il risultato fu straordinario. The Elephant Man conquistò pubblico e critica, imponendo Lynch come uno dei nuovi maestri del cinema americano. Il film ottenne otto nomination agli Oscar, quattro ai Golden Globe e vinse tre BAFTA, tra cui quello per il miglior film. Un trionfo meritato per un’opera che, sotto la superficie di un melodramma storico, svela — come il suo protagonista — la struggente bellezza di un’anima nascosta dietro la maschera del mostro.

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