Dramma storico sull’Olocausto, in lavorazione da 10 anni, La zona d’interesse ha riscosso consensi come una delle rappresentazioni più crude ed agghiaccianti della brutalità umana. Vincitore di 2 Bafta (incluso quello per miglior film britannico), La zona d’interesse è in lizza per 5 Oscar; se ottenesse la statuetta più pesante, diventerebbe la pellicola più scioccante nella storia dei premi. Eppure, gran parte del suo potere risiede in ciò che si sente, non in ciò che si vede.
Il film diretto da Jonathan Glazer si apre con una schermata nera. Per un paio di minuti snervanti, non c’è immagine alcuna, solo onde di un inquietante ronzio atonale che alla fine svanisce. Questa è la prima indicazione di quanto sarà importante il suono nella visione del film. Ascolta, sembra suggerire, e non lasciarti accecare da ciò che stai per vedere. Le immagini che seguono sono quelle di una famiglia tedesca che trascorre la giornata all’aperto in un ambiente bucolico: ciò conferisce un tono cupamente stridente a quello che abbiamo appena visto. La prima rivelazione-shock è che la famiglia è, in realtà, quella del comandante nazista Rudolf Höss (Christian Friedel), con sua moglie Hedwig (Sandra Hüller), i loro cinque figli, e la loro bella casa con piscina e “giardino paradisiaco” che si affaccia sul muro del campo di sterminio di Auschwitz. Höss sta supervisionando la costruzione delle camere a gas che avrebbero ucciso centinaia di migliaia di ebrei, a pochi metri dalla loro villetta. È a questo punto che il film si divide in due. Come ha spiegato Glazer : “C’è il film che vedi e c’è il film che ascolti“. Mentre l’elemento visivo – descritto da Glazer al Guardian come “Il Grande Fratello nella casa nazista” – riguarda la banale quotidianità domestica, con i personaggi che ignorano insensibilmente o scherzano sulle atrocità della porta accanto, il suono racconta una storia spaventosamente diversa.
La colonna sonora del film è stata composta da Mica Levi – responsabile anche dell’ultimo film di Glazer, Under the Skin – ma è usata con parsimonia; piuttosto, è il sound design non musicale, con i suoni ricreati di Auschwitz e creato dal vincitore del Bafta e nominato all’Oscar, Johnnie Burn, con il missaggio di Tarn Willers, ad essere più importante. I suoni che sentiamo provenire da dietro il muro del campo di concentramento, mentre gli Höss fanno i fatti loro sono, come il soggetto del film, terrificanti. Ci sono le urla dei prigionieri, le grida offensive delle guardie e gli spari. C’è l’inquietante ronzio meccanico di quelle che sappiamo essere le camere a gas e il crematorio sempre attivo. Sullo schermo non si vedono violenze e omicidi, lasciando allo spettatore il compito di riempire i raccapriccianti spazi vuoti di ciò che sta realmente accadendo. Il film targato A24 arriva nelle sale italiane dal 22 febbraio.
Per il sound design Johnnie Burn (Nope e Povere Creature), il punto di partenza sono state tutte le nozioni di base, come assicurarsi che i suoni dei motori fossero di quell’epoca e che gli uccelli e le api fossero adatti alla stagione e al luogo. Burn ha poi letto numerose testimonianze di sopravvissuti ad Auschwitz, oltre ad avere accesso a documenti inediti nel Museo statale di Auschwitz-Birkenau sul sito del campo in Polonia, dove è stato girato anche il film.
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