Il 17 ottobre 1986 debuttava nelle sale Il nome della rosa, il kolossal storico di Jean-Jacques Annaud tratto dal best seller mondiale di Umberto Eco: una storia di monaci assassinati, un frate detective e una biblioteca carica di segreti.
Il regista francese raccontò a Eco di essere convinto che il romanzo fosse stato scritto per essere portato sullo schermo da una sola persona: lui stesso. A spingerlo verso il progetto erano sia una fascinazione coltivata fin dall’infanzia per le chiese medievali, sia la sua profonda familiarità con il latino e il greco.
Il giallo semiotico ambientato in un’abbazia del XIV secolo vede come protagonista il frate francescano William of Baskerville, un monaco il cui nome richiama tanto Arthur Conan Doyle quanto William of Ockham: metà investigatore razionale, metà pensatore monastico.
Nel film, la vicenda è rievocata in retrospettiva dal novizio Adso of Melk, che narra con una voce fuori campo proveniente da un futuro appena intravisto. Il vecchio Adso ricorda il suo maestro con affetto e ambivalenza, pregando che Dio abbia perdonato le sue piccole vanità nate dall’orgoglio intellettuale. In questo senso, Il nome della rosa è anche un racconto sulla legittimità di certe pretese: di fronte alla malafede, alcune idee e alcuni libri meritano di essere difesi.
Quando la storia si svolge nel presente narrativo, Guglielmo (interpretato da Sean Connery) e Adso (Christian Slater) arrivano in un’abbazia benedettina del nord Italia come delegati a una disputa teologica sulla povertà della Chiesa. In realtà, finiscono per assumere il ruolo di un Holmes e Watson in tonaca, chiamati a indagare sulla morte sospetta di un monaco miniatore, ufficialmente suicida ma circondato da circostanze che suggeriscono tutt’altro.
Annaud trascorse quattro anni a preparare il film, viaggiando tra gli Stati Uniti e l’Europa, alla ricerca del cast perfetto, concentrandosi su un cast multietnico e su attori con volti interessanti e distintivi.
L’esterno e parte degli interni del monastero visti nel film furono costruiti come replica su una collina fuori Roma e rappresentarono il più grande set esterno costruito in Europa dai tempi di Cleopatra (1963). Molti degli interni furono girati nell’abbazia di Eberbach, in Germania. La maggior parte degli oggetti di scena, compresi i manoscritti miniati d’epoca, furono prodotti appositamente per il film.
Il Medioevo rappresentato dal regista non ha nulla di romantico: è un mondo opprimente, filmato dal direttore della fotografia Tonino Delli Colli come un luogo cupo e corrotto, dove corridoi interminabili, ombre profonde e corpi segnati dalla morte creano un senso costante di minaccia.
Il luogo cui ruota attorno tutta la vicenda è il labirinto della biblioteca. Nel film, l’abbazia e la sua libreria vengono rappresentate con un’architettura complessa, fatta di scale che si incrociano e corridoi.

La scelta di affidare il ruolo di Guglielmo a Connery — allora in una fase di stallo della sua carriera — fu controversa, ma l’attore costruisce un personaggio più istintivo che accademico, capace di opporre sicurezza e ironia alla brutalità del mondo che lo circonda.
Christian Slater fu scelto tramite un’audizione su larga scala tra ragazzi adolescenti. Anche sua madre, Mary Jo Slater, era un’importante direttrice del casting che collaborò al film.
Nel terzo atto entra in scena l’inquisitore Bernardo Gui, interpretato da F. Murray Abraham, incarnazione di un’autorità che preferisce la tortura alla ragione. Tuttavia, l’Inquisizione resta quasi sullo sfondo.
La storia è quindi la memoria di un uomo anziano che ricorda la propria giovinezza. Adso diventa il punto di vista dello spettatore e un giovane in crisi spirituale: dopo aver sperimentato l’amore e aver assistito all’ipocrisia dei religiosi, sceglie di abbandonare la vita monastica. Guglielmo, invece, prosegue il suo cammino, stanco ma ancora sospeso tra fede e razionalità.
Il film resta attuale perché offre una visione disincantata del Medioevo, evitando allegorie semplici per riflettere su temi universali come potere, conoscenza e religione. In The Name of the Rose, il male non nasce da demoni, ma dalle debolezze e dalle contraddizioni degli uomini stessi.

Il labirinto della biblioteca è uno degli elementi più importanti e simbolici. Non è solo un espediente scenografico: serve sia alla trama investigativa sia al significato filosofico della storia. Ecco la spiegazione chiara.
1. Cos’è il labirinto nel film
La biblioteca dell’abbazia si trova nella parte più alta della torre chiamata Aedificium ed è costruita come un vero labirinto: stanze, corridoi e passaggi segreti disposti in modo da confondere chi entra. Solo il bibliotecario e pochi altri conoscono la mappa.
Nel film:
- Guglielmo e Adso si perdono più volte
- le stanze hanno simboli e scritte misteriose
- esistono passaggi nascosti e porte segrete
Questo rende la biblioteca quasi una fortezza della conoscenza proibita.
2. Come funziona il labirinto (struttura logica)
Non è un labirinto casuale: è organizzato come una mappa del mondo medievale.
Le stanze sono dedicate a regioni e culture diverse, e i libri sono disposti per provenienza geografica.
Questo significa che:
- non è disordine → è un ordine segreto
- solo chi capisce il codice può orientarsi
Guglielmo lo capisce usando la logica, non la fede.
3. Perché è stato costruito così
Il motivo pratico:
- impedire l’accesso ai libri considerati pericolosi
- controllare la conoscenza
Nel Medioevo molti testi erano ritenuti eretici o destabilizzanti, quindi la biblioteca è progettata per nascondere e proteggere quei libri.
4. Il significato simbolico del labirinto
Il labirinto rappresenta diversi concetti filosofici:
Conoscenza difficile e pericolosa
Entrare nel labirinto = cercare la verità.
Chi cerca troppo sapere rischia di perdersi o morire (come accade ai monaci).
Questo si collega all’idea centrale del film:
la conoscenza può essere liberatoria ma anche pericolosa.
La Chiesa che controlla la verità
Il labirinto simboleggia una Chiesa che:
- conserva i libri
- ma allo stesso tempo li nasconde
Come dice Guglielmo, la biblioteca è stata costruita per salvare i libri, ma finisce per seppellirli.
Il mondo come enigma
Umberto Eco usa il labirinto per dire che:
- la realtà non è semplice
- la verità è fatta di segni da interpretare
Per questo il protagonista è un investigatore razionale: deve “leggere” il mondo come un testo.
5. Il collegamento con il finale e il libro proibito
Al centro del labirinto c’è la stanza segreta che custodisce il libro di Aristotele sulla commedia e il riso, considerato pericoloso dal monaco Jorge.
Jorge avvelena le pagine:
- chi legge muore
- il labirinto serve quindi a proteggere quel libro e il segreto degli omicidi
Quando la biblioteca brucia, è simbolicamente:
- la distruzione della conoscenza nascosta
- ma anche la fine del controllo della Chiesa su di essa
6. Riassunto semplice
Il labirinto è contemporaneamente:
- un meccanismo narrativo per il mistero
- un simbolo della conoscenza proibita
- una metafora della ricerca della verità
- una critica al potere che nasconde la cultura
In breve:
chi entra nel labirinto cerca la verità, ma rischia di perdersi perché il sapere è controllato e manipolato.
Il significato del titolo: Il nome della rosa
Il titolo deriva dal romanzo di Umberto Eco, da cui il film è tratto. Alla fine della storia, Adso dice una frase enigmatica:
“Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus”
(“Della rosa antica resta solo il nome, possediamo soltanto nomi nudi.”)
Cosa significa in parole semplici
La rosa rappresenta:
- la bellezza
- la verità
- la conoscenza
- le cose del mondo
Ma alla fine:
- la rosa scompare
- rimane solo il nome, cioè il ricordo o il linguaggio
Questo vuol dire che:
le cose reali passano e si distruggono, ma restano solo le parole e le interpretazioni.
È lo stesso destino della biblioteca: brucia, ma il ricordo dei libri sopravvive.
Il significato filosofico del finale
Nel finale:
- la biblioteca labirintica brucia
- il libro proibito di Aristotle sulla commedia viene distrutto
- muore anche il monaco cieco Jorge of Burgos
Cosa rappresenta l’incendio
Il fuoco ha un doppio significato:
- distruzione della conoscenza
- ma anche liberazione dal controllo della Chiesa
Il sistema che teneva la verità nascosta nel labirinto crolla insieme all’edificio.
Il messaggio di Guglielmo: la verità non è mai assoluta
Il protagonista William of Baskerville (interpretato da Sean Connery) capisce che:
- non tutto può essere spiegato con la logica
- il mondo è pieno di caos e coincidenze
Alla fine ammette di aver costruito una teoria sugli omicidi che si è rivelata solo parzialmente corretta.
Questo è importantissimo:
Eco vuole dire che la mente umana cerca schemi e ordine anche quando la realtà è disordinata.
Il ruolo del riso e del libro proibito
Il libro segreto parlava della commedia e del ridere.
Jorge lo considera pericoloso perché:
- il riso fa dubitare dell’autorità
- chi ride non ha paura
Per questo avvelena le pagine: per impedire che le persone leggano un testo che rende la fede meno rigida.
Il messaggio è chiaro:
il potere teme l’umorismo più delle armi, perché il riso distrugge il rispetto cieco.
Collegamento tra titolo, labirinto e finale
Tutti gli elementi della storia puntano alla stessa idea:
- Il labirinto → la conoscenza è nascosta e difficile da raggiungere
- Il libro proibito → la verità può essere censurata
- L’incendio → la conoscenza materiale può essere distrutta
- La rosa → alla fine restano solo i nomi e le interpretazioni
Quindi il messaggio finale è quasi malinconico ma profondo:
gli esseri umani cercano la verità, ma ciò che sopravvive nel tempo non è la verità stessa, bensì il modo in cui la raccontiamo.
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