Il Mostro spiegato: cosa c’è di vero nella serie e cosa è la pista sarda

Netflix porta sullo schermo uno dei capitoli più oscuri della cronaca nera italiana: il caso del mostro di Firenze. Un’indagine serrata lunga 17 anni, costellata di delitti efferati e che ancora oggi fa tremare all’idea del primo vero serial killer italiano. Ecco quanto è attendibile la miniserie diretta da Stefano Sollima (Romanzo Criminale, Gomorra) e sceneggiata con Leonardo Fasoli.

La serie ci trascina tra il 1968 e il 1985, nel cuore della Toscana rurale, tra boschi, strade isolate e campi silenziosi, teatro di delitti che sconvolsero l’Italia intera. Le notti estive, apparentemente tranquille, venivano squarciate dai colpi di pistola e dalle grida soffocate delle vittime. Coppie di innamorati venivano ritrovate senza vita nei loro rifugi appartati, fredde e immolate al rituale di un assassino meticoloso.

In tutto, otto duplici omicidi legati dalla stessa firma: una Beretta calibro .22, sempre la stessa arma, sempre la stessa sequenza – prima lui, poi lei. Un modus operandi che rivelava un’ossessione precisa e che trasformava ogni delitto quasi in un crimine mirato contro le donne. Ogni scena della serie rievoca la tensione di quelle notti, restituendo la sensazione di un’Italia terrorizzata da un assassino invisibile, la cui ombra aleggia ancora tra le pieghe della storia criminale italiana.


Il Mostro ha elementi di finzione?

Nella serie, è la gip Silvia Della Monica (interpretata da Liliana Bottone) a proporre per la prima volta la lettura dei delitti come crimini mirati contro le donne, basandosi sul modo spietato in cui le vittime vengono mutilate e torturate dopo la morte. Questa interpretazione aiuta a delineare il profilo psicologico del killer, pur restando, nella realtà, una delle tante ipotesi investigative.


La svolta nelle indagini nella serie

Il 19 giugno 1982, quando Antonella Migliorini e Paolo Mainardi vengono uccisi, Della Monica osserva i crimini con occhi nuovi. Nella fiction, la magistrata annuncia alla stampa che Mainardi è ancora vivo, sperando di spingere il killer a un errore. Una mossa narrativa che aumenta tensione e suspense, pur ispirandosi a strategie investigative reali volte a confondere il colpevole.


Il legame con il passato

In quegli stessi giorni, le indagini prendono una piega inaspettata grazie a un dettaglio che riemerge dal passato, collegando i delitti agli omicidi del 1968, ancora avvolti nel mistero. La serie enfatizza questo legame per mostrare come il killer possa avere radici più profonde e una storia di crimini protratti nel tempo.


Omicidio di Lo Bianco e Locci

L’omicidio di Antonio Lo Bianco e Barbara Locci è uno dei casi chiave: per quei delitti venne arrestato e condannato a 14 anni Stefano Mele. Durante quella tragica notte, l’unico sopravvissuto fu Natalino Mele, figlio di Barbara, che, addormentato sul sedile posteriore dell’auto, riuscì a scendere e a raggiungere a piedi una cascina vicina per chiedere aiuto. La serie restituisce al racconto un’intensa carica emotiva, sottolineando il dramma e la paura vissuta dal bambino.


Barbara Locci nella serie

A questo punto, il personaggio di Barbara Locci (interpretata da Francesca Olia) diventa centrale. Gli autori inseriscono elementi di finzione, dettagli non documentati negli atti giudiziari, per aumentare tensione, empatia e coinvolgimento emotivo dello spettatore. Barbara diventa simbolo del lato più umano e vulnerabile delle vittime, senza alterare i fatti essenziali del delitto.


Cos’è la pista sarda?

Tra le piste investigative più discusse c’è la cosiddetta pista sarda: l’ipotesi secondo cui alcuni delitti, come quelli di Lo Bianco e Locci, sarebbero avvenuti all’interno di una comunità di origine sarda trasferitasi a Firenze. Non solo le vittime erano sarde, ma anche diversi sospettati e condannati, tra cui Pietro Mele e i fratelli Francesco e Salvatore Vinci, vivevano stabilmente in Toscana.


I dubbi sulla pista

Ogni volta che uno degli indagati finiva in carcere, comparivano nuovi delitti con le stesse modalità, rendendo improbabile un legame esclusivo con quella comunità. Gli investigatori furono costretti a rivedere e infine abbandonare l’ipotesi di un collegamento diretto tra la comunità sarda e i delitti.


L’importanza della pista sarda

Nonostante tutto, la pista fornì un indizio cruciale: l’arma dei delitti. Gli omicidi di Lo Bianco e Locci furono commessi con la stessa Beretta .22 utilizzata in almeno altri sette duplici omicidi. Questo portò alla conclusione inquietante che non poteva trattarsi di un singolo assassino, ma probabilmente di più serial killer operanti in maniera indipendente, mai identificati pienamente.


Chi è il mostro di Firenze?

Le indagini furono complesse e controverse. Nel 1994, Pietro Pacciani fu condannato all’ergastolo per gli omicidi, con l’eccezione del delitto del 1968. Nel 1996, la Corte d’Appello lo assolse, lasciando aperti numerosi interrogativi sulla reale identità del killer. Pacciani morì nel 1998, ma il mistero rimase, alimentando teorie alternative mai del tutto chiarite.


I “compagni di merende”

Accanto a Pacciani furono processati anche i cosiddetti compagni di merende, Mario Vanni e Giancarlo Lotti, condannati all’ergastolo e poi scarcerati per motivi di salute, alimentando ulteriori polemiche sulla gestione del caso e sulla certezza delle condanne.


Fedeltà storica della miniserie

La miniserie non inventa piste nuove né favorisce teorie particolari. Pur introducendo elementi di finzione per arricchire dialoghi e personaggi, gli episodi si basano su fatti reali, testimonianze, atti processuali e inchieste giornalistiche. Il risultato è un racconto potente, che unisce rigore storico e drammaticità narrativa, restituendo profondità e rispetto a una delle vicende più oscure della cronaca italiana.

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