Durante l’annuncio delle nomination agli Oscar, il Brasile ha esultato. C’era attesa per Io sono ancora qui, il dramma di Walter Salles dal libro di memorie di Marcelo Rubens Paiva, come Miglior Film Internazionale, ma la sua candidatura a Miglior Film ha stupito tutti, poiché non era considerato un vero contendente. Meno inaspettata, ma comunque sorprendente, è stata la nomination di Fernanda Torres come Miglior Attrice, dato che era stata esclusa da premi importanti che spesso anticipano le scelte dell’Academy.
Amatissima in patria, Torres offre una performance straordinaria nei panni di Eunice Facciolla Paiva: una madre di cinque figli la cui vita serena viene sconvolta dalla brutalità di un regime dittatoriale. L’attrice di Rio de Janeiro dà vita a un personaggio intriso di orrore, dolore e resilienza. La sua interpretazione magistrale, unita al peso storico e politico del film, ha reso la sua candidatura agli Oscar un momento significativo, soprattutto in un Brasile post-Bolsonaro, dove il passato della dittatura militare (1964-1985) è ancora oggetto di dibattito, alimentato dal sostegno esplicito dell’ex presidente a quel periodo. Non sorprende, dunque, che la nomination di Torres abbia suscitato un’ondata di consensi. Ma questa volta, non si tratta solo di un riconoscimento artistico. Questa volta, è una questione personale.
La madre di Fernanda Torres perse l’Oscar contro Gwyneth Paltrow nel 1999.
Fernanda Torres è la seconda brasiliana a ricevere una nomination come Miglior Attrice. La prima fu proprio sua madre, Fernanda Montenegro, che nel film interpreta Eunice in età avanzata. Nel 1999, Montenegro fu candidata per il suo ruolo in Central do Brasil, un altro progetto diretto da Salles. All’epoca, si trovò a competere con Cate Blanchett (Elizabeth), Meryl Streep (La voce dell’amore), Emily Watson (Le ceneri di Angela) e, naturalmente, la vincitrice, Gwyneth Paltrow (Shakespeare in Love). Sebbene Paltrow non offra una brutta performance, la sua interpretazione non è certo memorabile. Non sorprende, quindi, che i brasiliani abbiano vissuto la sua vittoria come un’ingiustizia, rimanendo delusi quando il nome annunciato non fu quello di Montenegro. Col passare del tempo, la vittoria di Paltrow, così come quella di Shakespeare in Love, è stata sempre più vista come una prova del potere del controverso produttore Harvey Weinstein sull’industria cinematografica, più che un autentico riconoscimento del talento.










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